Napoli ricorda Dario Fo

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NAPOLI– Intensamente amata dal Nobel per la Letteratura, la città di Napoli ricorda in Dario Fo un uomo capace di fondersi con la stessa essenza di una terra fatta di arte e di amore per la vita. E così mentre il sindaco De Magistris definisce il grande personaggio teatrale e politico appena scomparso, come “Cultura infinita”, a piangere colui che ha trascorso 70 dei suoi 90 anni di vita in palcoscenico, c’è una Partenope ancora nobilissima che perde un altro intellettuale, poeta, scrittore e commediografo di cui sarà difficile riprodurne lo stampo. Proprio come la sua inseparabile moglie e compagna di scena. Franca Rame, Fo è stato sempre un amico sincero della città. Una città che in lui ha costantemente visto un genio del teatro e della vita di tutti i giorni. Più volte nei teatri partenopei con il suo “Mistero Buffo”, il grande drammaturgo scrisse una delle sue ultime pagine legate ad una Napoli amante della cultura, quando, nel 2014, nell’Auditorium Rai di Via Marconi, registrò in compagnia della popstar, Mika, la messinscena “Francesco lu Santo Giullare”. Sempre legato alla città di Napoli, nonostante la stessa nel maggio del 2005 avesse fatto da scenario all’assassinio del consuocero ( padre della compagna del figlio Jacopo) barbaramente ucciso durante una rapina di via Santa Maria a Costantinipoli, Dario Fo che definì la violenta metropoli “bella e crudele”, ha sempre suggerito ai giovani napoletani di “ubriacarsi di cultura” per combattere l’infamia della criminalità organizzata. Perfettamente in equilibrio tra il teatro, la satira e la pittura, dopo aver utilizzato nel 1969, per la prima volta, quella lingua teatrale fatta da suoni senza senso simili a discorsi, chiamata “grammelot”, al funerale del suo amico Eduardo De Filippo, con cui aveva anche diviso l’impegno per i ragazzi di Nisida, parlò di un artista capace di usare l’arma dell’ironia come strumento di denuncia dell’ingiustizia. La stessa ironia che grazie ad un giullare del popolo chiamato Fo, ha sempre messo a confronto l’Io, il mondo, l’individuo, la società ed il potere. Tant’è che diventando dariofo_zoom_neror439_thumb400x275testimone della massima di Eduardo “Teatro significa vivere sul serio quello che gli altri nella vita recitano male”, l’inestimabile uomo di cultura e rinnovamento, durante la sua esistenza ha costantemente seguito le orme dei giullari medioevali al punto, così come riportato nella motivazione per il suo Nobel, da dileggiare il potere e restituire dignità agli oppressi. Dopo avero conquistato nel 2000 la platea del teatro San Carlo con il suo rivoluzionario “Francesco d’Assisi”, Fo, in città, ha via via negli anni, rinsaldato il suo rapporto con i giovani napoletani. A ricordarlo in queste ore dal web, tra i tanti, l’amico Roberto Saviano e personaggi come Marino Niola, Antonio Bassolino, Nino D’Angelo, il governatore De Luca e l’artista Lello Esposito di cui un giorno alzò al cielo una scultura di Pulcinella. Dall’omaggio teatrale di Paolo Rossi che proprio nel napoletano Teatro Bellini portò in scena la sua versione de “Il mistero Buffo”, all’invito per la seconda edizione del “Napoli Teatro Festival”, la città partenopea ha sempre visto in Fo un maestro impareggiabile capace di portare in scena i tempi presenti analizzandoli ed aggredendoli. Ed ancora, a proposito di Teatro a Napoli, Fo parlò dello stesso come di un mezzo per combattere gli “interessi criminali”. Custode delle chiavi della città a lui consegnate dal sindaco Marone nell’era bassoliniana, Fo, proprio in quella occasione ricordò di essere da sempre legato a Napoli, dove, a soli 24 anni aveva portato in scena il suo primo spettacolo. “Oggi Napoli- disse Fo- è molto, molto cambiata. E’ una città attenta alla cultura più di Milano e tante città del Nord…Girando per le strade ho visto palazzi e piazze restaurate, ho fatto domande alla gente e mi sono accorto che oggi esiste una coscienza diversa”.

di Giuseppe Giorgio