Roma, l’Ospedale degli Ultimi. Una realtà senza “barriere”

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di Maria Sordino – Si respira aria di speranza e solidarietà. Personale multiculturale, cartelli in tutte le lingue. È l’INMP, l’Istituto nazionale per la promozione della salute delle popolazioni migranti e per il contrasto delle malattie della povertà, l’ospedale degli ultimi, a Roma nel quartiere di Trastevere, dove un tempo sorgeva l’antico ospedale San Gallicano. Si tratta di un ente pubblico, che afferisce al Ministero della Salute ed è una realtà senza paragoni.

Nato nel 2007 per prestare assistenza ai migranti giunti nella Capitale, visto il progressivo incremento di persone che, a causa della crisi, vivono in gravi difficoltà economiche, oggi l’ospedale degli ultimi presta assistenza anche agli italiani bisognosi che, in pochi anni, hanno aumentato l’affluenza presso gli ambulatori dell’istituto dall’8% al 40%.

Nella struttura capitolina, medici, psicologi e mediatori transculturali offrono assistenza sanitaria, sette giorni su sette e senza prenotazioni né liste d’attesa, alle persone più fragili e in difficoltà, italiani e stranieri, ai richiedenti asilo, ai senza fissa dimora, alle vittime di violenze e di tortura. Un posto dove non esistono barriere e dove la miseria umana, come una livella, avvicina gli ‘invisibili’, italiani e stranieri.

Oltre che gli ambulatori specialistici, è stato attivato, nel centro, anche uno sportello di avvocati di strada per chi ha perso il lavoro e, in seguito, la casa e non avrebbe diritto all’assistenza sanitaria. La situazione peggiore è proprio di quelle persone che, trovandosi nella fascia immediatamente superiore a quella dell’esenzione, non possono permettersi il costo del ticket né, tantomeno, pagarsi una visita specialistica e, pertanto, si rivolgono all’INMP. Antonio, pensionato, racconta: “Qui mi hanno regalato la dentiera. Se non ci fosse stato quest’ospedale, per farmela avrei dovuto rinunciare al pane….”.

Dietro i numeri dell’attività sanitaria dell’Istituto (oltre 330mila prestazioni erogate su 90mila pazienti dal 2008 a oggi nel poliambulatorio di Roma, e 5mila prestazioni nell’attività sanitaria presso i centri di accoglienza di Trapani e Lampedusa, dove l’istituto è presente da alcuni anni), c’è l’obiettivo di sviluppare sistemi innovativi per contrastare le diseguaglianze di salute e di esportare il modello di lavoro presso regioni e province autonome per coinvolgerle sulle tematiche della migrazione, con l’intento di costruire una rete nazionale.

La storia – Moez, tunisino, ha iniziato a lavorare nel centro di accoglienza di Lampedusa da qualche tempo: assiste i medici e gli operatori che visitano i migranti presenti nella struttura. Il suo ruolo è quello di aiutarli a tradurre i loro sintomi. Chi arriva qui, infatti, porta sulla pelle le ferite del lungo viaggio in mare, ustioni, dermatiti, malattie cutanee. Moez ha il compito di parlarci e fare da tramite con i medici, per spiegare che tipo di dolore accusano i pazienti e far comprendere loro, cosa devono fare per curarsi.

Il gap di comprensione che esiste all’interno degli ospedali tra stranieri e personale medico è, in alcuni casi, molto elevato: non tutti i migranti parlano infatti inglese, ancor meno l’italiano, alcuni conoscono solo la lingua d’origine. Le persone che si mettono in viaggio di solito sono sane, ma poi, lungo il percorso, possono contrarre delle malattie, legate alle situazioni di promiscuità e mancanza di igiene. Malattie che, spesso, si curano facilmente, basta seguire la giusta profilassi.

Ci sono poi ferite più profonde: molti migranti nel viaggio subiscono violenza, soprattutto le donne. Poter parlare con qualcuno che capisce la propria lingua si rivela quindi centrale, anche per comprendere le diverse storie personali.

Moez è stato uno dei primi mediatori culturali in ambito sanitario, formato con un progetto realizzato dall’INMP. La speranza è che la sua figura possa essere normata perché, come lui, ce ne possano essere molti altri.