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Trent’anni senza Aldo Fabrizi. Un breve ricordo del celebre attore romano

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Carlo Farinahttps://www.2anews.it
Carlo Farina - cura la pagina della cultura, arte con particolare attenzione agli eventi del Teatro San Carlo, laureato in Beni culturali, giornalista pubblicista.

Il 2 aprile 1990 veniva a mancare Aldo Fabrizi. Un ricordo affettuoso a trent’anni dalla morte di questo grande attore romano.

Trent’anni fa, il 2 aprile 1990, veniva a mancare nella sua Roma uno dei più grandi ed indiscussi attori romani che la cinematografia italiana, negli anni più belli e fecondi del nostro cinema, ha consacrato come uno dei massimi protagonisti della storia del cinema italiano. Stiamo naturalmente parlando del più romano dei nostri attori, dopo Alberto Sordi: Aldo Fabrizi.

Trent'anni senza Aldo Fabrizi. Un breve ricordo del celebre attore romano

Entrato nella leggenda del nostro cinema per il suo talento di attore, Fabrizi fu frettolosamente liquidato e definito erroneamente un romano de Roma, come è testimoniato dai superficiali giudizi di una certa critica  (e mi sembra di parlare anche di Totò) ottusa e sprezzante nei confronti di un attore che è stato capace, invece, di realizzare con interpretazioni indimenticabili, capolavori cinematografici che hanno segnato con fare indelebile la progressiva ascesa del Nostro cinema.

Infatti dopo aver interpretato qualche ruolo brillante in alcune commedie, da Avanti c’è posto.. del 1942, a Campo de’ fiori del 1943, ebbe forse la sua più grande occasione, quando fu diretto da Rossellini nel 1945, nel capolavoro del neorealismo Roma città aperta.

Un film nel quale, recitando la parte di Don Pietro Pellegrini, un sacerdote realmente esistito che verrà poi condannato a morte dai nazisti, dimostrò un  talento inaspettato per un ruolo così drammatico, vista la sua naturale predisposizione per i ruoli prevalentemente da garbata e semplice commedia italiana, accanto ad una struggente e indimenticabile Anna Magnani che, immortalata in una delle scene più drammatiche del Neorealismo, quella in cui viene falciata dalle mitragliatrici dei nazisti nell’atto invano di raggiungere l’autocarro dove è stato appena arrestato il suo uomo, fino a diventarne il simbolo stesso di questo importantissimo movimento culturale cinematografico, le valse il Nastro d’argento 1946 come migliore attrice non protagonista.Trent'anni senza Aldo Fabrizi. Un breve ricordo del celebre attore romano

Ma torniamo a Fabrizi ricordando il suo tenero ruolo del romantico bigliettaio d’autobus in Avanti c’è posto del ’42 di Mario Bonnard, o in quello del tenero pescivendolo innamorato nel già citato Campo de’ fiori, del ’43 ancora di Bonnard.

La sua fama era ormai consolidata, e il suo simpatico e rassicurante faccione, unito alla sua tipica parlata romanesca, gradevole e divertente allo stesso tempo, ma mai volgare, gli ha permesso di interpretare ruoli di godibilissima parodia, come nel caso della fortunata “trilogia” dedicata alla famiglia Passaguai.

Infatti accanto all’indimenticabile Ave Ninchi, attrice di puro talento e dalla vitalità esuberante, presente non di rado nei suoi film, e forse troppo resto dimenticata, ha costruito con la figura del “sor Peppe Passaguai”, un personaggio sicuramente d’altri tempi, simpatico e teneramente romano. Ma forse le sue più grandi ed indimenticabili performance restano senza dubbio quelle recitate accanto al grande Totò, dove è riuscito a tenere testa all’incontenibile collega, con una professionalità unica che solo un grande attore come Fabrizi, poteva sostenere così bene con un mostro sacro come Totò, perché diciamolo chiaramente Fabrizi non era una “spalla” e con Totò l’ha dimostrato in tutti i suoi film, sottolineandone il difficile impegno e l’ardua interpretazione che dei tempi comici perfetti.

A tal proposito, viglio ricordare alcuni dei loro film più belli, come l’amaro Guardie e ladri, del 1951, nel ruolo della guardia di Steno e Monicelli, o il divertentissimo e significativo I tartassati, del 1959 nel ruolo di un incorruttibile maresciallo della tributaria, ma soprattutto nell’incontenibile e divertentissimo Totò, Fabrizi e i giovani di oggi,  del 1960, dove entrambi i protagonisti si trovavano in uno stato di grazia difficilmente ripetibile, disegnando per ciascuno di questi film figure a tutto tondo da autentico ed indimenticabile protagonista.

Spesso lo abbiamo visto anche in televisione, quale superbo ed ironico intrattenitore, prodursi in esilaranti “sketch” di notevole bravura, tanto per non farci dimenticare i suoi gloriosi trascorsi da attore d’avanspettacolo. Per tutta la sua vita ha continuato a recitare in molti film, ma a me piace ricordarlo nel bellissimo lavoro cinematografico di Ettore Scola C’eravamo tanto amati del 1974, dove accanto a Vittorio Gasmann, Nino Manfredi, Stefano Satta Flores, Stefania Sandrelli e Giovanna Ralli, interpretava malinconicamente la parte di un costruttore edile, ormai in declino.

E non a caso proprio in un film di Scola, dopo una lunga assenza dagli schermi, ritornò a riproporsi con convinzione, senza realizzare praticamente più nulla di veramente costruttivo e memorabile per la sua carriera. Carriera che ha completato con alcune buone prove di regia, come nella già citata trilogia de La famiglia Passaguai, seguiti dai garbati e comico-patetici, Una di quelle del 1953 con Totò e Peppino De Filippo, e Marsina stretta, del 1954, uno dei quattro episodi del film Questa è la vita, tratto dalle Novelle per un anno di Luigi Pirandello, dove è lo stesso Fabrizi ad interpretare con grande naturalezza il personaggio del professore, sicuro e determinato, tagliato apposta per Lui.

La sua morte, trent’anni fa’, ha lasciato orfani tutti quegli uomini che speravano fosse immortale, per quella gratitudine che gli devono gli spettatori di tutto il mondo, che con la sua grande arte hanno pianto e sorriso attraverso i suoi indimenticabili personaggi.

Voglio concludere questo breve ricordo di Aldo Fabrizi con una sua dichiarazione, legata alla sua fortunata e costruttiva collaborazione sul set con il grande Totò:

“Lavorare con Totò era un piacere, una gioia, un godimento, perché, oltre a essere quell’attore che tutti riconosciamo ora, era un compagno corretto, un amico fedele, un ‘anima veramente nobile. (…) Arrivati davanti alla m.d.p. cominciavamo l’allegro gioco della recitazione prevalentemente estemporanea che per noi era una cosa veramente dilettevole.

C’era soltanto un inconveniente, che diventando spettatori di noi stessi ci capitava frequentemente di non poter andare avanti per il troppo ridere. E se il regista, visti gli inutili tentativi di sottrarci a questa crisi di fanciullesca, irresponsabile ilarità, proponeva di girare due primi piani in controcampo per utilizzare i pezzi buoni, e noi ci impegnavano solennemente a farla per l’ultima volta senza interruzione, come si addice a due professionisti seri e consapevoli del costo della … pellicola”. 

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