lunedì, Gennaio 18, 2021

Roberto Russo, per la crisi dello spettacolo il Covid è solo un alibi

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Roberto Russo, per la crisi dello spettacolo il Covid è solo un alibi
Giuseppe Giorgio
Caporedattore, giornalista professionista, cura la pagina degli spettacoli e di enogastronomia

Il commediografo Roberto Russo parla del Covid 19 e fa un’analisi aperta e spietata di come l’Italia e il sistema cultura si siano trovati del tutto impreparati di fronte alla pandemia.

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Il commediografo Roberto Russo, le risposte non le manda certo a dire, tant’è che a proposito del Covid 19 e della conseguente situazione del teatro e dei suoi lavoratori, fa un’analisi aperta e spietata di come l’Italia e il sistema cultura si siano trovati del tutto impreparati di fronte alla pandemia. Diretto discendente di quella dinastia drammaturgica animata da autori come Ruccello e Moscato, nonché, sempre diviso tra il grottesco e il surreale nell’affrontare gli squilibri umani, il mito, gli eventi storici e le conflittualità della famiglia, Russo è creatore di personaggi dall’anima spesso sofferente. Ed è proprio con queste premesse che le considerazioni provenienti da chi come lui è capace di trasformare in opera teatrale i turbamenti del genere umano, appaiono subito nette e fuori dal coro. Così come le risposte, capaci, sulla scia di cinquanta testi pubblicati ricchi di simbolismo e metafora, di mostrarsi chiare e senza mezzi termini.

Parlando dello stop ai teatri e delle conseguenze sull’arte dello spettacolo e sui lavoratori, qual è il suo pensiero al riguardo?

«Bisogna scindere il discorso della crisi economica da quello della crisi artistica. La crisi economica, in ogni campo, addolora e preoccupa. Per quanto riguarda la crisi artistica, la stessa, prescinde dal Covid ed è in Italia una crisi endemica. La mancanza di organizzazione non dipende dal Covid, la mortificazione di nuove istanze e proposte, ovviamente, non dipende dal Covid, e il fatto che si possa fare qualcosa solo se hai appoggi dall’alto, non dipende dal Covid. In Francia, in Germania, in Spagna, esistono scuole, opportunità e valorizzazione di nuova drammaturgia e nuovo teatro. In Italia, invece, bisogna essere amico degli amici, ho avere protettori in campo giornalistico o, meglio ancora, in quello politico. Mi preoccupa, quindi, la crisi economica per tutti, perchè le entità dei ristori e degli interventi sono nulle. Del resto abbiamo uno dei Governi più imbelli della storia. Non mi preoccupa, invece, l’effetto Covid sull’arte perchè la crisi c’è da sempre e ci sarà anche dopo. Parlare di crisi artistica perchè c’è il Covid è solo un alibi».

Quali sono i suoi punti di vista sulle soluzione e sulle gravi disuguaglianze nella distribuzione dei Contributi Fus?

«Occorre andare oltre la retorica e il buonismo e separare i sogni dalla realtà. I soliti noti prendono il Fus mortificando i piccoli? E dov’è la novita? Non è colpa del Covid. Noi abbiamo almeno due problemi. Il primo è una burocrazia che agisce sottobanco secondo logiche clientelari. Come agisce? Se hai Santi in paradiso la burocrazia sa essere velocissima, se sei figlio di nessuno è lentissima e non ti calcola proprio. Noi siamo una nazione in declino e allo sbando. Il secondo problema, pensare che attori, autori e operatori dello spettacolo possano associarsi ed essere parte in causa per essere percettori diretti del Fus, è come credere al sesso degli Angeli o alla Befana. In Italia, a Napoli in particolare, non esistono gli attori come categoria, si è tutti cani sciolti attenti ognuno al proprio giardinetto. Si è indifferenti l’uno all’altro, oppure si è avversari. Proporre che gli attori associati possano essere percettori diretti del Fus sarebbe bello come ipotizzare l’esistenza dell’Eden. Troppe cose dovrebbero cambiare per avere una prospettiva reale. Allo stato attuale io credo che dopo la pandemia tornerà tutto come prima».

Cosa racconta con le sue commedie e come descriverebbe il suo genere?

«Perseguo la varietà dell’ispirazione. Mi annoierebbe essere epigono degli altri, figuriamoci se potrei mai essere epigono di me stesso. Vario dal dramma alla commedia. Mi ispirano i baratri interiori. La mia scrittura è testimone della decadenza del nostro paese e della nostra città. Il mio genere spazia dal teatro epico a quello lirico, da quello psicologico al grottesco, dalla poesia allo sberleffo amaro».

Cosa pensa di quegli autori che (come già sta accadendo) prenderanno spunto dalla pandemia e dall’isolamento per le loro opere?

«Credo che sia inevitabile prendere spunto dalla realtà quotidiana e dalla cronaca. In questo senso, ho una visione gramsciana dell’arte. L’attenzione all’isolamento è inevitabile. E’ una cosa che non abbiamo mai vissuto prima. D’altronde, la mia generazione ha vissuto cinque o sei grandi eventi: il terrorismo degli anni ’70, il terremoto dell’80, la conquista da parte della camorra della città, la caduta del muro, il berlusconismo e alla fine, la pandemia. Io non ho solo preso spunto dell’isolamento, ho letteralmente scritto dell’isolamento, durante l’isolamento, in “Tapis Roulant».

Che progetti ha per la ripresa e dove saranno in scena le sue commedie?

«Ho progetti da straniero in patria. Nel senso che come avviene da qualche anno farò più cose a Roma che a Napoli. Nella capitale, dove trovo più attenzione e spazio, andranno in scena “Tapis Roulant” con Alessandra Ferro per la regia di Gianni De Feo, e “Nera Signora”, un monologo sulla dark lady dei sonetti, tratto dall’opera di Shakespeare. Inoltre sto iniziando uno studio sulla contessa di Castiglione. Ho anche un progetto di scrittura ucronica che mischia la drammaturgia con la storia come secondo testo sulla pandemia. A Napoli, devo ringraziare un teatro piccolo ma coraggioso come il “Cortese” che ha dedicato una rassegna ai miei testi pronta a riprendere appena sarà possibile».

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