venerdì, Settembre 30, 2022

Il delitto di via dell’Orsina al Mercadante da Labiche a Beckett smarriti nel tempo

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Giuseppe Giorgio
Giuseppe Giorgio
Caporedattore, giornalista professionista, cura la pagina degli spettacoli e di enogastronomia

Il delitto di via dell’Orsina al Teatro Mercadante: Per tutti un’ora e venti senza intervallo di teatro leggero e sfumato. Uno spettacolo che ha fatto di tutto per divertire il pubblico riuscendoci davvero poco.

Se fossimo ancora in quel 1857, anno in cui a Parigi per la prima volta al théâtre du Palais- Royal venne rappresentata la commedia di Eugène Marin Labiche “L’affare Rue de Lourcine”, si potrebbe senz’altro parlare dell’ennesimo successo del commediografo francese autore di fortunati vaudevilles.

Non la medesima cosa, però, si può dire 165 anni dopo, della stessa messinscena riproposta al Teatro Mercadante con il titolo in italiano “Il delitto di Via dell’Orsina” e la regia e l’adattamento di Andrée Ruth Shammah che, forse, non appagata dai già due onerosi compiti, ha anche tradotto l’opera con  Giorgio Melazzi.Il delitto di via dell'Orsina al Mercadante da Labiche a Beckett smarrito nel tempo

I tempi si sa cambiano e quella stessa commedia leggera e brillante, basata sull’intrigo e la satira, nonostante la buona volontà di una coppia di attori di grande caratura come  Massimo Dapporto e Antonello Fassari, non è riuscita nel compito di riprodurre con sufficiente freschezza quel ritmo incalzante e quella giocosa comicità delle circostanze che determinarono il successo dell’autore parigino.

La situazione paradossale dell’ uomo che si sveglia e si ritrova uno sconosciuto nel letto e ancora, i particolari che entrambi hanno una gran sete, le mani sporche e le tasche piene di carbone senza saperne il perché e senza ricordare niente della notte precedente, trascinano solo a tratti il pubblico in un’atmosfera facilmente definita beckettiana.

Tant’è che, pur volendo attribuire ai due tipi impersonati da Dapporto e Fassari (parlando ancora del famoso drammaturgo irlandese e della sua Aspettando Godot) le sembianze psicologiche dei due vagabondi Vladimiro ed Estragone, resta sempre il fatto che l’evoluzione della vicenda, sia pure in modo onesto e con una media da sufficienza, va avanti quasi senza nulla a pretendere.

Con l’unica certezza di essere stati entrambi ad una festa di ex allievi del loro liceo e con il terrificante dubbio, vista la notizia letta da un giornale, di aver commesso un crudele omicidio, i due esseri sballottati dalla regista da una serena metà dell’Ottocento ad un’epoca da regime fascista, sembrano faticare non poco tra tutti i malintesi e gli equivoci da loro stessi creati.

Convinta che la coppia Dapporto-Fassari facesse proprio al suo caso, la regista Ruth Shammah, ha dato alla luce uno spettacolo che sia pure sulla strada del divertimento intelligente ha smarrito diverse volte l’indirizzo da raggiungere. E nulla hanno aggiunto al computo finale le strofette musicate e cantate in pieno stile vaudeville così come le non più nuove trovate dei fondali movibili e delle battute rivolte direttamente agli spettatori.

Ad avallare in scena i toni quasi impalpabili di Dapporto e Fassari, spesso tesi al minimo sindacale, anche Susanna Marcomeni con Marco Balbi, Andrea Soffiantini, Christian Pradella e Luca Cesa Bianchi. Con le scene di Margherita Palli, le luci di Camilla Piccioni, i costumi di Nicoletta Ceccolini e le musiche Alessandro Nidi, il lavoro prodotto dal Teatro Franco Parenti e dalla Fondazione Teatro della Toscana, sarà in scena al Mercadante fino a domenica 20 febbraio. Per tutti un’ora e venti senza intervallo di teatro leggero e sfumato. Un teatro che, soccombendo dinanzi alla mancata somministrazione di un antidoto contro il tempo, ha fatto di tutto per divertire il pubblico riuscendoci davvero poco.

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