Agricoltura biologica: rischi e benefici. E quanto ci costa?

901

di Maria Sordino – C’è chi sostiene che si tratti di una moda. Chi è convinto che non abbia più benefici nutrizionali rispetto agli alimenti convenzionali, che non faccia né bene né male, ma solo spendere di più.

Certo è che il rapporto annuale “Bio in cifre 2015” pubblicato dal Sinab, il Sistema d’informazione nazionale sull’agricoltura biologica, stima un valore del mercato biologico al consumo pari a poco più di 2 miliardi di euro (naturalmente aspettiamo di vedere il prossimo rapporto riferito all’anno 2016). Un mercato in espansione anche perché, negli ultimi anni, alcune Regioni italiane hanno approvato leggi e regolamenti, che impongono l’uso di prodotti derivanti dall’agricoltura biologica nelle mense scolastiche: il numero di quelle che servono pietanze bio è salito a 1249 nel 2014, rispetto alle 837, tra il 2009 e il 2011.

Del resto, la necessità di produrre grandi quantità di prodotti della terra e dell’allevamento ha portato, negli anni, a un uso sempre più abbondante e disinvolto dei prodotti chimici per l’agricoltura e la zootecnia, scatenando non pochi problemi tra cui, giusto per fare un esempio, il rischio di un’aumentata antibiotico resistenza, che ha provocato una crescente sfiducia nella qualità dei prodotti e il bisogno di tornare «alle buone tradizioni di una volta, quando i cibi erano saporiti e non facevano male».

D’altra parte, oggi come oggi, un sistema produttivo biologico in senso stretto non consentirebbe di sfamare la popolazione, in accordo con la FAO, visto che già un 30% della produzione potenziale viene perduto per cause parassitarie, nonostante l’impiego di pesticidi e medicinali chimici di sintesi.

In più, l’agricoltura biologica ha costi di produzione in media del 20 per cento più alti: le rese sono inferiori e la rotazione delle colture impone, di fatto, che per un anno o due l’agricoltore rinunci alla sua produzione principale. Le condizioni di allevamento implicano aggravi: i polli maturano nel doppio del tempo, 90 invece di 46 giorni impiegati nei sistemi convenzionali.

E allora, biologico si o biologico no?

Uno studio importante della London School of hygiene & tropical medicine (pubblicato sull’American journal of clinical nutrition) sostiene che sono poche le differenze negli apporti nutritivi tra i cibi biologici e gli alimenti preparati tradizionalmente e queste poche differenze non hanno alcuna rilevanza per la salute. La valutazione è emersa da una rilettura sistematica di 162 pubblicazioni scientifiche fatte negli ultimi 50 anni, quella che tecnicamente si chiama metanalisi e che consente di generare un unico dato conclusivo per rispondere a uno specifico quesito clinico.

Quindi, il nodo della differenza tra bio e convenzionale, non riguardando l’apparto nutritivo, consiste prevalentemente, ma non esclusivamente, nella ridotta quantità di prodotti chimici usati per tali colture (fertilizzanti, diserbanti e antiparassitari di vari tipi). E questo vale non solo per frutta e verdura, ma anche per un complesso di prodotti per l’alimentazione, come il latte e i suoi derivati, i prodotti della fermentazione, o il miele, che possono essere ottenuti anche in condizioni di bassi dosaggi di sostanze chimiche di produzione industriale.

Proviamo allora a cambiare prospettiva. Assodato che per noi poca differenza fa mangiare biologico o tradizionale, cosa succede se proviamo a ragionare dal punto di vista del sistema Terra?

Dal momento che la frutta e la verdura si possono lavare, è possibile eliminare i residui materiali dei pesticidi, per cui la valutazione si restringe alla considerazione di se e quanto abbiano trattenuto e «conservato memoria» questi alimenti, dell’avvenuto contatto con le sostanze chimiche.

L’impatto dei pesticidi sull’ambiente, invece, è determinato, oltre che dal dosaggio utilizzato e dal numero di trattamenti, dal modo e dai tempi in cui essi si degradano dopo l’applicazione. C’è poi da considerare, nella valutazione dei costi sociali e ambientali generati, l’aumentata capacità di resistenza dei parassiti ai pesticidi, che obbliga a un incremento delle dosi somministrate e alla progettazione di nuovi pesticidi.

Per concludere, quali sono i rischi che corriamo?

Sarebbe auspicabile, per noi e per l’intero ecosistema, la promozione di tutti quei sistemi agricoli, che consentano la produzione di alimenti in modo socialmente ed economicamente sano, riducendo drasticamente l’impiego di fertilizzanti, pesticidi e medicinali chimici di sintesi, come sostiene l’IFOAM (International Federation of Organic Agricolture Moviment).

Succede però che, nonostante nel mondo biologico tali prodotti siano, almeno sulla carta, apparentemente meno “pericolosi”, vengono comunque utilizzati in maniera non certo trascurabile.

Il rischio diventa, quindi, quello di tradire l’idea iniziale, di un’agricoltura attenta ai tempi e ai modi della natura per passare al biologico di sostituzione, ovvero via i fertilizzanti chimici dentro quelli bio, via i pesticidi dentro le sostanze consentite dalla legge. E per le galline ovaiole, una vita in un ambiente più ampio delle colleghe non bio, con mangimi adeguati ma lontano dall’immagine bucolica di pennuti che razzolano nel prato verde. Viene così rispettata la disciplina europea, ma non si tiene conto di tutto il resto, che può fare molta differenza, per noi e per l’intero ecosistema.