Al Teatro CortéSe prosegue, con passo coerente, una stagione artistica che sembra voler restituire al palcoscenico il respiro autentico della memoria e della parola. Sabato 18 aprile alle ore 21 e domenica 19, con doppio appuntamento alle 18 e alle 20.30, sarà Gianni Caputo a guidare il pubblico in un itinerario denso di suggestioni, con “Quanno pazziavo ’o strummolo”, progetto di cui firma drammaturgia e visione.
Non si tratta di una semplice antologia, ma di un attraversamento emotivo e culturale nell’universo poetico e musicale di Raffaele Viviani, scandito da versi e canzoni che si fanno carne viva, intrecciati a squarci della sua biografia e ai luoghi che ne custodiscono ancora l’eco. È un racconto che si muove per immagini e risonanze, dove la parola diventa gesto e la memoria si trasforma in presenza. Dopo “’O ciardino d’ ’e pparole”, e le monografie dedicate a Eduardo De Filippo (“Fu re da doppie lodi”) e a Totò (“Principe del sorriso e re delle emozioni”), Caputo prosegue il suo percorso di scavo e restituzione nel grande patrimonio del Novecento napoletano.
Un lavoro che non indulge mai alla nostalgia, ma che si nutre di una tensione viva, quasi necessaria, verso ciò che resta e resiste. Ad accompagnarlo in scena saranno Daniele Esposito alla fisarmonica e Pierpaolo Iermano alla chitarra: due presenze sonore capaci di evocare, con misura e intensità, quelle atmosfere vivianee sospese tra malinconia e slancio vitale. La musica, qui, non è ornamento ma sostanza, respiro condiviso, controcanto necessario alla parola. Nello spazio di viale del Capricorno ai Colli Aminei, sotto la direzione di Anna Sciotti e con la consulenza artistica di Giuseppe Giorgio, prende forma un’umanità dolente e ostinata: quella degli ultimi, dei dimenticati, dei senza voce. Figure che sembrano schiacciate da un destino crudele, eppure mai del tutto vinte.
È un’umanità che resiste, che trova ancora la forza di ribellarsi, di gridare la propria rabbia senza indulgere nel vittimismo. E, soprattutto, è un’umanità che conserva intatta la propria dignità, capace persino di sorridere delle proprie ferite. Era questo il mondo raccontato da Viviani: un universo variegato e profondamente umano, restituito con una scrittura essenziale, priva di orpelli, lontana da ogni tentazione retorica. Ed è proprio in questa asciuttezza, in questa verità senza filtri, che lo spettacolo di Gianni Caputo trova la sua ragion d’essere, trasformando il teatro in un luogo dove la memoria non è mai polvere, ma voce viva che continua a interrogare il presente.
