domenica, Marzo 1, 2026

Nino Taranto, 40 anni dopo tra storia e memoria

Nel calendario segreto della memoria partenopea vi sono date che non scorrono ma sanguinano. Il 23 febbraio 1986 fu una di quelle: l’alba si levò su Napoli come un triste e cupo sipario e con essa si spense Nino Taranto, figlio di Forcella e figlio del popolo, nato il 28 agosto 1907, destinato non al mestiere paterno di sarto ma a cucire sull’anima della città una maschera immortale di riso e passionalità.

Fin dall’infanzia la sua vocazione si annunciò come prodigio. Condotto dal padre alle feste nuziali, il fanciullo già intonava macchiette con voce limpida e spirito antico; il maestro Salvatore Capaldo ne disciplinò l’istinto, mentre a dodici anni cantava “E l’edera sei tu” di E.A. Mario e appariva perfino nel film muto “Vedi Napoli e poi muori”. Esile, elegante nel minuscolo frac cucitogli in casa, non conobbe mai tremore di ribalta: pareva nato dietro le quinte del destino.

Entrato nella compagnia diretta da Mimì Maggio, accanto a interpreti come Pupella Maggio, apprese la disciplina della scena; ma fu con la compagnia Cafiero-Fumo che assimilò la geometria segreta del teatro. Nella rivista reinventò la macchietta già resa celebre da Nicola Maldacea, sublimandola grazie alle invenzioni cucite su misura del binomio Pisano-Cioffi. La paglietta dai pizzi tagliati, capriccio giovanile divenuto simbolo, generò la leggendaria “Ciccio Formaggio”, emblema d’una comicità che rideva di sé per non piangere del mondo. Non fu soltanto comico: fu attore completo.

Nel 1955 approdò alla prosa e restituì vita scenica a Raffaele Viviani, interpretandone drammi e commedie con forza tale da restituire voce alla plebe e al suo eterno presente. Con lui rivissero pure i testi di Luigi Pirandello, Titina De Filippo e Libero Bovio, mentre il cinema gli donò il Nastro d’Argento per “Anni facili”di Luigi Zampa.

Indimenticabile resta la sua intesa con Totò: non già una semplice spalla, bensì un interprete capace di intessere con lui un dialogo scenico sottile e intelligente, poiché era Taranto ad accordarsi alle bizzarrie e agli estrosi guizzi del Principe della risata, ma senza mai ridursi al ruolo consueto di chi porge, con automatica diligenza, facili appigli per la battuta comica.

Sempre nel cinema, Nino Taranto fu presenza carismatica in diversi “musicarelli” degli anni Sessanta, condividendo la scena soprattutto con stelle della canzone leggera quali Gianni Morandi, accanto al quale apparve in pellicole di grande richiamo popolare come “In ginocchio da te”, “Non son degno di te” e “Se non avessi più te”, e Rita Pavone, con cui recitò nella vivace commedia musicale “Rita la zanzara”.

Furono incontri artistici ai quali si aggiunsero anche Bobby Solo e Al Bano che saldarono il teatro di tradizione con la modernità sonora della canzone beat e melodica, consacrando Taranto come elegante trait d’union tra la scena partenopea e il cinema musicale nazionale.

Nel 1956 diede vita ai versi della famosa canzone partenopea “Lusingame”, vestita di note da Mario Festa: pagina creduta da molti lamento d’un amore ferito, ma in verità tenero e segreto omaggio alla figlia Maria che, proprio allora, gli annunciava le nozze. Negli anni Settanta la televisione lo riconsegnò alle nuove generazioni; poi, come un cerchio che si chiude, egli concluse il cammino sulle tavole del Teatro Sannazaro, accanto a Luisa Conte e al fratello Carlo Taranto, in spettacoli che furono epiloghi e trionfi.

Oggi quel teatro, devastato da un incendio proprio nei giorni della ricorrenza, sembra condividere il lutto della città, come se le mura avessero memoria e dolore. Da tutti appellato come il “commendatore” morì nella sua casa al Parco Grifeo e due giorni dopo, tremila persone lo salutarono nella Chiesa di San Ferdinando, con una sosta del corteo davanti al Sannazaro, quasi a restituirlo simbolicamente al suo regno.

A custodirne il nome veglia la Fondazione che porta la sua insegna, sostenuta anche dal nipote Francesco De Blasio, mentre Napoli lo incide nella pietra urbana con le scale tra via Cesare Sersale e piazza Vincenzo Calenda, presso il Teatro Trianon, e i Giardini a lui dedicati al Vomero in via Aniello Falcone.

E fu anche cantore radiofonico e divo dell’etere, presenza amatissima nelle stagioni d’oro dell’intrattenimento nazionale, fino alle apparizioni televisive in “Milleluci”, “Senza Rete” e nel suo testamento artistico “Taranto Story”, dove rievocò personaggi, lazzi e malinconie di un’arte ormai rara. Quarant’anni sono trascorsi, eppure Taranto non appartiene al passato ma a quella categoria rara di spiriti che diventano paesaggio morale. Egli fu sorriso e ferita, lazzo e tragedia, canto e confessione. E se oggi la sua voce non risuona più nell’aria, resta sospesa nella coscienza di Napoli come una nota lunga, struggente, irriducibile al silenzio.

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