Al Teatro Diana, la serata dedicata ad Alighiero Noschese ha assunto i contorni di un rito collettivo, sospeso tra nostalgia e riconoscenza. Una platea gremita, partecipe, quasi devota, ha restituito vita e voce a un artista che seppe trasformare l’imitazione in un’arte totale, fatta di respiro, gesto e anima. Ad aprire il sipario ideale della memoria è stato il documentario di Andrea Jelardi, “Alighiero Noschese, l’uomo dai mille volti”, proiettato come un album intimo e insieme pubblico, dove ogni immagine sembrava trattenere l’eco di una risata lontana.
Intanto, nel foyer dello storico teatro vomerese, cimeli, fotografie e locandine dell’archivio del Diana raccontavano il percorso di un uomo capace di attraversare epoche e linguaggi, lasciando dietro di sé, nonostante la scelta di porre tragicamente fine ai suoi giorni, una scia luminosa. A guidare la serata, Alvise Cagnazzo, che ha introdotto una serie di personaggi capaci di comporre un mosaico affettuoso e vivido.
Tra questi, Gino Rivieccio, promotore del Premio Alighiero Noschese a San Giorgio a Cremano, ha restituito il senso di un’eredità ancora viva, mentre Gustavo Verde ha rievocato, con garbo e ironia, gli insegnamenti e gli aneddoti del padre Dino Verde, figura chiave di quel varietà che fu palestra e consacrazione. Non meno intensa la testimonianza del giornalista e scrittore Gigi Di Fiore, che ha tracciato un profilo umano dell’artista, mentre il cantante e attore Massimo Masiello ha restituito al pubblico le sigle di programmi entrati nella storia e che lo videro protagonista, tra cui: “Doppia coppia”, “Canzonissima”, “Formula due”, “Ma che sera”, evocando un tempo in cui il sabato sera televisivo era rito familiare e popolare.
A chiudere il cerchio delle presenze sceniche, l’imitatore Vincenzo De Lucia, vincitore della prima edizione del premio dedicato a Noschese, erede dichiarato di una tradizione tanto difficile quanto affascinante. Ma al di là degli interventi, è stata la figura stessa di Noschese a dominare la scena invisibile della serata. Nato in via Palizzi al Vomero nel 1932, profondamente legato a San Giorgio a Cremano paese dei genitori, egli seppe fare dell’imitazione un’arte complessa: non solo voce, ma corpo, postura, sguardo, persino il silenzio tra una parola e l’altra.
Nei suoi celebri ritratti, da Berlinguer a Cossiga, da Fanfani a Pannella, fino agli artisti come Modugno, Sordi e Gaber, si compiva un miracolo teatrale: la verità nascosta dietro la caricatura. Di struggente dolcezza le parole affidate dalla figlia Chiara Noschese a Claudia Mirra: «Papà, nonostante si fosse trasferito a Roma per esigenze di lavoro, rimase sempre molto legato a Napoli… Mi portava a mangiare da Sica il fritto misto che adoravo… E anche per me il Vomero resta il quartiere del cuore…».
Parole che restituiscono un Noschese privato, domestico, profondamente umano. A suggellare il racconto, la memoria di Lucio Mirra, patron del Diana, che come riportato anche nel suo libro “Che Spettacolo!” ha ricordato l’incontro con l’artista. «Lo conobbi quando organizzammo un varietà con artisti vomeresi, era spensierato, allegro, le sue imitazioni rasentavano la perfezione! Indimenticabile pure quell’episodio del 1964, quando truccato da Andreotti seduto in sala in attesa di salire sul palcoscenico per “Scanzonatissimo” fu scambiato per il vero politico da una signora che gli chiese un posto di lavoro per il figlio.
Noschese, resta emblema di una perfezione mimetica quasi inquietante». Coordinata dalla stessa Claudia Mirra e Nicola Miletti , la serata ha restituito non solo il ritratto di un artista irripetibile, ma anche il senso profondo di un teatro che, quando ricorda, non si limita a celebrare: resuscita. E in quel respiro condiviso, tra applausi e silenzi, Alighiero Noschese è tornato, ancora una volta, a vivere.
