Scoperta la targa commemorativa dedicata ad Aldo Giuffrè, restituendo al luogo natale dell’artista una dignità quasi sacrale, come se il marmo potesse trattenere la voce e il gesto di un uomo che ha attraversato il teatro e il cinema con rara intensità.
C’è un punto preciso, a Napoli, dove la memoria smette di essere parola e si fa pietra. È in via del Sole 6, nel cuore antico di San Lorenzo, dove il respiro della città conserva ancora l’eco delle vite che l’hanno attraversata.
Qui, ieri mattina, nel giorno del suo compleanno, è stata scoperta la targa commemorativa dedicata ad Aldo Giuffrè, restituendo al luogo natale dell’artista una dignità quasi sacrale, come se il marmo potesse trattenere la voce e il gesto di un uomo che ha attraversato il teatro e il cinema con rara intensità.
L’iniziativa, promossa dal Comune di Napoli e sostenuta dagli architetti Claudia Rusciano e Luciano Fazi, ha trovato nella presenza della vicesindaco e assessore all’Urbanistica con delega alla Toponomastica, Laura Lieto un sigillo istituzionale e affettivo insieme.«Con l’apposizione di questa targa in Via del Sole – ha detto la rappresentante istituzionale- Napoli restituisce un segno tangibile di affetto e riconoscenza ad Aldo Giuffré».
Ancora, accanto alla targa, si stagliava la figura di Elena Pranzo Zaccaria vedova Giuffrè, terza moglie dell’artista, rimastagli accanto fino alla morte, avvenuta a Roma il 26 giugno 2010. «Ringrazio di cuore questa Amministrazione comunale che si è resa da subito disponibile – ha detto la sua ultima inseparabile compagna di vita- Aldo viveva in questa casa perché era vicina al conservatorio San Pietro a Maiella e suo padre è stato un grande musicista. Tutta la sua infanzia è stata qui, lui era particolarmente legato alla sua Napoli e a questo centro storico che amava particolarmente».

Unico a rappresentare quel mondo teatrale così caro all’indimenticabile Aldo, il suo compagno di scena degli anni Novanta, Franco Pinelli. La biografia di Giuffrè sembra nascere già segnata da un destino artistico: figlio di Vincenzo, contrabbassista del San Carlo, e nipote di Rocco Giuffrè, direttore del Conservatorio di Reggio Calabria, dopo essere venuto a mondo il 10 aprile del 1924, cresce in una famiglia dove la musica è lingua madre. Ma la morte prematura del padre lo costringe, appena dodicenne, a un’improvvisa maturità. È allora che il caso, o forse il destino, si manifesta sotto forma di un annuncio radiofonico.
Da quel provino a Radio Napoli prende avvio un cammino che lo porterà a essere la voce che annuncia la fine della guerra, cucendo il primo, decisivo punto della sua carriera. Il teatro lo accoglie con la compagnia di Vincenzo Scarpetta, accanto a Luisella Viviani e Gennaro Di Napoli. Ma è l’incontro con Eduardo De Filippo a segnare la vera consacrazione: da “Napoli milionaria” a “Filumena Marturano”, Giuffrè si fa corpo e voce di un teatro che è carne viva. Eduardo modella per lui personaggi su misura, riconoscendone una duttilità rara, capace di attraversare anche Čechov e Goldoni nelle raffinate regie di Luchino Visconti.
Parallelamente, il cinema lo reclama: da “Assunta Spina” di Mario Mattoli con Anna Magnani, fino ai set di Sergio Leone e Vittorio De Sica, attraversando anche l’universo di Totò. Indimenticabile la sua presenza ne “Le quattro giornate di Napoli” di Nanni Loy e ne “Il buono, il brutto, il cattivo”, dove la sua recitazione si piega al ritmo epico del western senza perdere radice. La televisione, poi, ne amplifica la popolarità: dagli sceneggiati come “La figlia del capitano” al varietà “Senza rete”, Giuffrè entra nelle case degli italiani con una misura elegante, mai gridata. Ma la sua vita non è priva di ombre: il dolore per la tragica scomparsa della seconda moglie Liana Trouché, morta in un incidente mentre era in auto con Gino Bramieri, e il rapporto complesso con il fratello Carlo Giuffrè, compagno di scena e di contrasti, restituiscono l’immagine di un uomo attraversato da fragilità profonde.
Eppure, in quella voce, negli ultimi anni incrinata dalla malattia e segnata da un intervento del 1979 alla corda vocale sinistra, restava una vibrazione autentica, impossibile da imitare, come un’eco che resiste al tempo. Ora quella voce sembra essersi posata su una lastra di marmo, discreta e solenne. Napoli, con questo gesto, non celebra soltanto un attore: riconosce una parte di sé. Perché Aldo Giuffrè non è stato solo interprete, ma testimone di un’epoca, di una lingua, di un’anima. E mentre la targa riflette la luce incerta di una Napoli moderna, viene da pensare che il teatro, quando è vero, non finisce mai: cambia forma, si ritira nei luoghi, nelle pietre, nelle memorie. E continua, ostinato, a recitare.
