Al Teatro Cortése Mario Mauro attraversa, tra dolore e smarrimento, il dramma di una madre travolta dalla pandemia e dalle fratture più intime della vita.
Nel raccolto spazio del Teatro Cortése, “Lurdes” di Fortunato Calvino trova nella lettura registica e interpretativa di Mario Mauro una dimensione che supera la semplice narrazione della pandemia per trasformarsi in una discesa vertiginosa dentro le fragilità dell’animo umano.
In questo percorso emotivo si inseriscono con discrezione e misura anche le musiche di Davide Mauro, presenze sonore che non commentano semplicemente l’azione ma ne amplificano la dimensione interiore. Sono trame musicali che sembrano emergere dalla stessa solitudine del personaggio, accompagnandone i passaggi più dolorosi come un’eco lontana dei suoi pensieri. Mauro non si limita a incarnare la figura di una donna del popolo. Il suo lavoro attoriale compie un passo ulteriore, quasi una trasfigurazione.
Lurdes, nella sua interpretazione, perde progressivamente i contorni di un’identità definita per assumere i tratti di un essere ambiguo, sospeso, dal sesso indefinibile. È moglie, è madre, ma al tempo stesso diventa una creatura universale, un corpo scenico nel quale si depositano paure collettive e smarrimenti individuali. Il regista costruisce così un percorso psicologico che procede per fratture.
L’isolamento domestico imposto dal Covid non è soltanto una condizione sanitaria ma un vero e proprio laboratorio emotivo dove tutto implode. La casa, luogo della protezione, si trasforma in una stanza dell’anima da cui è impossibile evadere. In questo spazio chiuso si consumano le rivelazioni più dolorose: la scoperta dell’omosessualità del figlio, che irrompe come uno squarcio improvviso nelle certezze di una madre cresciuta dentro codici culturali antichi; la malattia e poi la morte del marito, inghiottito dallo stesso virus che ha già contaminato l’equilibrio della famiglia; infine il lento scivolare della protagonista verso una forma di follia lucida, quasi una difesa estrema contro l’insostenibilità del reale.
Mauro attraversa questo itinerario con un linguaggio che mescola registro colto e parola popolare. La lingua si spezza, oscilla tra la costruzione forbita e la cadenza napoletana più viscerale. Ed è proprio in questa oscillazione che il personaggio rivela la propria verità più profonda: l’essere umano, quando viene travolto dal dolore, non parla mai una sola lingua. La regia evita ogni compiacimento realistico e preferisce scavare nel sottosuolo emotivo della vicenda.
Lurdes diventa allora una coscienza ferita che interroga il pubblico su ciò che la pandemia ha lasciato dentro di noi. Non soltanto la paura della malattia, ma la scoperta improvvisa della nostra fragilità relazionale. Il teatro, in fondo, serve anche a questo: a ricordarci che l’isolamento più pericoloso non è quello imposto dalle circostanze, ma quello che lentamente si insinua nell’anima quando il dolore smette di trovare parole per essere condiviso. In questa prospettiva la Lurdes di Mario Mauro non rappresenta solo una donna, ma la metafora inquieta di un’umanità rimasta improvvisamente sola davanti ai propri fantasmi.
