Infarto: Scoperta una nuova terapia genica che ripara il cuore

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Infarto: Scoperta una nuova terapia genica che ripara il cuore

Con una nuova terapia genica è stato possibile riparare un cuore colpito da infarto. L’esperimento, tutto italiano, è stato pubblicato sulla rivista Nature. 

Una nuova terapia genica ha consentito di cancellare o ridurre le cicatrici sul cuore di maiali colpiti da infarto, grazie alla riattivazione della proliferazione delle cellule cardiache, prossime all’area interessata dall’evento. 

La scelta è caduta sui maiali, come modello per la sperimentazione, poiché i loro organi hanno una taglia simile a quella di un primate e ve ne è un numero enorme di esemplari. Inoltre, la mappatura del loro DNA ha messo in evidenza numerose varianti genetiche associate a diverse malattie umane come obesità, diabete, dislessia, Parkinson e Alzheimer, eleggendo l’utilizzo di questo animale a modello ideale per la ricerca biomedica e per la sperimentazione di farmaci.

La ricerca è stata coordinata da Mauro Giacca, del Centro internazionale di ingegneria genetica e biotecnologia (Icgeb) di Trieste, insieme a Fabio Recchia, della Scuola Sant’Anna di Pisa. Hanno collaborato inoltre la Fondazione Monasterio di Pisa, con la supervisione di Giovanni Aquaro, e la School of Cardiovascular Medicine & Sciences del King’s College London.

Dopo tanti tentativi infruttuosi negli ultimi 15 anni provando a utilizzare le cellule staminali, per la prima volta – ha affermato Giacca – abbiamo compreso come sia possibile riparare il cuore che ha subito un infarto in un animale di grossa taglia stimolando direttamente le proprietà delle cellule cardiache sopravvissute al danno.

Grazie all’impiego di sequenze geniche, chiamate micro-RNA, veicolate nel cuore di maiali colpiti da infarto mediante virus resi inoffensivi, è stato possibile rigenerare le cellule del cuore prossime alla zona interessata, ma ancora sane. In circa un mese abbiamo osservato il recupero quasi totale della funzionalità cardiaca.

Se tutto andrà bene come pensiamo – conclude – entro 5 anni potremmo avere a disposizione i risultati della sperimentazione clinica sull’uomo”.