giovedì, Aprile 25, 2024

Fabio Cannavaro: “Avrei allenato il Napoli anche gratis”

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Francesco Monaco
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Francesco Monaco, giornalista. Esperienza dalla carta stampata a internet, radio e tv. Scrittore, il suo primo romanzo: 'Baciami prima di andare'.

Ospite a ‘Legends – Ci vediamo a Napoli’, Fabio Cannavaro, campione del Mondo con la Nazionale nel 2006, ha rivelato il suo sogno di allenare la formazione azzurra.

E’ andata in onda mercoledì 27 marzo la settima puntata della seconda edizione della trasmissione Legends – Ci vediamo a Napoli, prodotta dalla Media Company Nexting e da Sportface, su Sportitalia (canale 60 del digitale terrestre) e Napoflix (canale 86), oltre che on demand sulla piattaforma Sportface TV (tv.sportface.it). Con la padrona di casa, Jolanda De Rienzo, in studio i due ex calciatori del Napoli, Alessandro Renica e Raffaele Di Fusco e un super ospite: il capitano dell’Italia campione del Mondo 2006, Fabio Cannavaro, che si è raccontato a 360 gradi, rispondendo alle domande dei conduttori ed emozionandosi per i messaggi dei suoi ex allenatori, Marcello Lippi e Luigi Scarpitti.

“Il 10 maggio 1987, giorno del primo scudetto del Napoli, ero nel sottopassaggio con altri raccattapalle ad aspettare che la squadra, con Diego in testa, scendesse in campo per la gara contro la Fiorentina che avrebbe sancito quella che resta la gioia più grande per un qualsiasi tifoso azzurro. Ancora oggi a pensarci è un’emozione pazzesca. Se penso a quello che ho fatto e conquistato da allora, mi sembra tutto incredibile. Ecco anche perché con la fondazione Cannavaro-Ferrara, con Ciro e mio fratello Paolo, abbiamo deciso di ridare indietro almeno in parte la fortuna che abbiamo avuto. Chiaramente siamo noi quelli che ci mettono la faccia, restando in primo piano, ma i risultati sono di tutti coloro che lavorano ogni giorno per questo progetto, consentendo alle persone di toccare con mano tutto ciò che noi portiamo avanti con grande orgoglio”, queste le dichiarazioni di Fabio Cannavaro nel corso della settima puntata della seconda edizione della trasmissione Legends – Ci vediamo a Napoli, prodotta dalla Media Company Nexting e da Sportface, in onda su Sportitalia (canale 60 del digitale terrestre) e Napoflix (canale 86), oltre che on demand sulla piattaforma Sportface TV (tv.sportface.it).

“La mia esperienza come allenatore in Cina nasce grazie a Marcello Lippi. Quando decise di passare dietro a una scrivania e diventare dirigente volle mettere una persona di sua completa fiducia in panchina. Così mi chiamò, proponendomi la cosa. Gli dissi che avrei accettato, ma, purtroppo, dopo 3 mesi andò via. Io e il resto dello staff restammo al nostro posto, ottenendo anche importanti risultati, ma dopo qualche tempo la società decise di voler cambiare, tagliando i ponti con il passato e con chiunque ritenesse troppo vicino allo stesso Lippi. Fu un peccato, perché lasciai la squadra prima in classifica e questa poi vinse campionato e Champions asiatica. Due anni dopo ho avuto l’occasione di tornare e ho riportato la squadra dalla Serie B alla Serie A, vincendo il campionato. Mi avevano chiesto di vincere in tre anni e io l’ho fatto in uno. Con me c’era uno staff di grandi professionisti, ma anche di grandi amici. Tanti pensano che fuori dall’Italia il calcio non esista, ma non è così. A livello tecnico la squadra che allenavo in Cina era superiore a tante squadre che ho visto in Serie B con il Benevento. L’esperienza mi è servita a capire come gestire grandi campioni quali Pato, Witsel, Paulinho, e a confrontarmi con grandi allenatori come Scolari, Capello, Villas Boas. Era calcio vero e a volte mi meraviglio quando dicono che mi manca un po’ di esperienza, ma io alleno ormai da dieci anni”, ha proseguito l’ex calciatore del Napoli nel suo intervento a Legends.

“Perché De Laurentiis non mi ha inserito nella lista dei 50 nomi vagliati”

“Allenare il Napoli? E’ una squadra talmente forte che chiunque vorrebbe farlo. Il Napoli ha grandissimi campioni e quello che stiamo vedendo quest’anno non è veritiero. Credo ci sia stata questa involuzione non per aspetti tecnici, ma per tutto ciò che gravita intorno alla squadra. Avrei accettato di fare il traghettatore? Sono un allenatore ed è normale che voglia allenare. E per il Napoli sarei disposto anche a farlo gratis. Parliamo di una squadra che è il sogno di molti allenatori. Comunque credo che non centri l’esperienza nell’assenza del mio nome tra i 50 candidati vagliati da De Laurentiis per la panchina del Napoli per il dopo Garcia. La fase difensiva del Napoli? Sono stati commessi molti errori nell’arco delle partite, ma per migliorare la fase difensiva è necessario lavorare su alcuni concetti importanti settimanalmente, tra cui il primo è senza dubbio quello di rubare tempo e spazio all’avversario. Ma il problema principale della squadra è che quest’anno ha cambiato troppi tecnici e i giocatori hanno dovuto assimilare troppi concetti diversi tra loro. Ci sta che si vada in confusione. Zona o uomo? La cosa più importante è saper difendere la porta”.

“Tante persone non rispettano l’esperienza che ho fatto in Cina, ma io voglio allenare. Non credo che un’esperienza negativa come quella di Benevento possa interrompere la mia carriera. E’ una questione di tempo e io so dove voglio arrivare. Ho la testa dura e so quello che voglio. Ancora oggi, dopo due anni dal mio rientro in Italia, studio, mi aggiorno, perché so che voglio fare questo. Il calcio oggigiorno cambia ogni anno e non puoi farti trovare impreparato. Prima era ogni 5-6, ma oggi è cambiato e quindi ci si deve aggiornare. L’esperienza seppur negativa di Benevento mi è servita molto per capire un certo tipo di calcio a cui non ero abituato. Ma soprattutto ho creato un rapporto con i giocatori che ancora oggi mi scrivono, si informano su di me, vogliono sapere quando rientro. Tutto serve per creare un bagaglio personale, come accaduto a Dubai, in Arabia Saudita”.

“Lippi è l’allenatore che ha influenzato di più la mia carriera. Anche essendo un tecnico formatosi negli anni ’90 faceva già allora quello di cui oggi parlano tutti e che tutti provano a fare. E’ sempre stato un allenatore moderno, che mi ha trasmesso tanto anche nella gestione fuori dal campo, dove esiste una squadra invisibile, importante come quella che gioca. Tutto l’ambiente che c’è fuori influenza i calciatori. Se non si riesce a gestire la comunicazione, i fisioterapisti, i segretari, tutti quelli che lavorano all’interno di una squadra, diventa un ambiente che alla prima difficoltà si smantella. Investire sulle giovanili oggi? Purtroppo farlo non è semplice. A volte è più facile andare a spendere per un giovane cresciuto altrove quando è già formato. E’ un peccato perché le statistiche dicono che i giocatori che nascono in Campania, così come nel Lazio, sono quelli che danno più contributo alle squadre delle serie inferiori. Ma è una questione di strategia. Creare un settore giovanile solo per sopravvivere non ha senso. Andrebbe fatto come quello del Barcellona”, ha continuato il capitano campione del Mondo con l’Italia 2006.

Il passato e il rapporto con Maradona: “Il più grande di tutti”

“Mister Scarpitti? Per me è il professor Scarpitti. Era tra coloro che riuscivano a farmi entrare a scuola con passione. E’ stato il primo a portarmi al Centro Paradiso prima e poi all’Italsider, ma anche il primo allenatore nel settore giovanile. Da cui sono passato poi con De Lella, prima del salto in prima squadra. Fu lui a portarmi a giocare quella partitina all’allora San Paolo il giorno del primo scudetto. Io raccattapalle di Maradona? In realtà Diego i palloni fuori non li buttava, erano altri a farlo(ride ndr). Io sono cresciuto a 300 metri dallo stadio e per me quella era casa. Alla minima occasione andavo lì e cercavo di avvicinarmi ai calciatori, dei quali ho tanti ricordi. Per crescere e passare dall’essere quello al ciò che poi sono stato l’apporto dei miei genitori è stato fondamentale. Mio padre non ha mai detto nulla a me o a Paolo. Solo di comportarci sempre bene, rispettare allenatore e compagni. Anche quando non giocavo non si è mai lamentato con nessuno. Conosceva le dinamiche che ci sono intorno al calcio. Tante volte un genitore non si rende conto che un giovane può sbagliare, che magari non gioca perché c’è qualcuno più bravo o semplicemente più pronto. I genitori dovrebbero pensare un po’ di più a come certe azioni non facciano bene ai propri figli. Il mio ruolo? Inizialmente giocavo centrocampista centrale, ma i mister Scarpitti e De Lella mi hanno aiutato a capire come fossi più adatto come centrale difensivo. Ci vuole fortuna anche in questo, nel trovare persone che ti aiutino a farti esprimere al massimo. E qualche soddisfazione me la sono tolta nella mia carriera. La strada mi ha insegnato molto e quello che ho imparato l’ho sempre riportato in campo. Essere veloce, ma rispettando il compagno come l’avversario. Quando potevo qualche calcio l’ho dato, ma forse una volta era più facile, perché c’erano meno telecamere. Purtroppo un po’ si è perso il bello di prima, ma non perché si preferisse picchiare un attaccante, anche perché non ho solo dato, ma anche preso, ma perché prima era un calcio più fisico, mentre oggi è stato reso più spettacolare, perdendo qualcosa della sua genuinità. Si vedono tanti gol, ma anche tanti errori. Per questo non c’è paragone tra Maradona e gli altri, Messi, Ronaldo, perché quello che ha subito Diego non lo ha subito nessuno. Diego per me è stato molto importante, perché mi ha fatto capire che i sogni possono realizzarsi e grazie a lui la mia infanzia è stata felice”.

Un addio sofferto

Cannavaro ha anche raccontato i particolari del suo addio al Napoli. “La mia cessione per 13 miliardi? Bisognava fare cassa. Avevo raggiunto il mio sogno, ero titolare nel Napoli, stavo benissimo. Ma già da un paio di anni c’erano alcuni problemi e io ero l’ultimo rimasto per fare cassa. La società mi chiamò dicendomi che sarei dovuto andare a Milano per firmare con l’Inter. Evidentemente il presidente salendo si sarà fermato a Parma per avere qualcosa in più da Tanzi. Fu proprio Ferlaino a telefonarmi e a dirmi che se non avessi firmato la società sarebbe fallita e sarebbe stata colpa mia. Quelle parole pesarono tantissimo per un ragazzo di vent’anni. Io avevo il sogno di diventare una bandiera come Bruscolotti e Juliano, ma sfortunatamente quella società non aveva modo di permettere a un giovane di crescere. Rimasi deluso, ma con il tempo ho capito che andare a Parma è stato il meglio per me. Non ero ancora un fenomeno, ma sono cresciuto con l’impegno quotidiano. Lì come in qualsiasi altro club. All’Inter, alla Juve, al Real, fino alla Nazionale. Ho fatto quasi 900 partite da professionista, di cui 136 con la maglia dell’Italia. E questa è sempre stata una grande soddisfazione. La gara con la Germania nel 2006 forse è quella che mi ha fatto vincere il Pallone d’oro. Una prestazione praticamente perfetta. Con la Francia ci fu un po’ più di paura. Quando uscì Zidane noi eravamo stanchi, lo avevo avvertito negli occhi dei miei compagni, avevamo paura, in fondo avevamo già perso contro i francesi, quindi quell’espulsione devo ammettere che fu di grande aiuto. Dopo il Mondiale quando arrivammo al Circo Massimo incontrai mio padre e gli feci vedere la coppa che avevo nella mia valigia e lui si emozionò. La differenza tra un giocatore normale e chi vince la coppa del Mondo è che il primo può essere un grande campione, ma chi vince un Mondiale diventa una leggenda. Il gruppo del 2006? Penso che nessuno pensasse di diventare allenatore. Quando vincemmo chiesi alla Figc il patentino per tutti. All’epoca dissero di no, ma poi ci fu data la possibilità di unire i primi due corsi e tutti gli allenatori di oggi, da De Rossi a Gilardino, a Pirlo, Grosso e gli altri, sono figli di quella mia idea”.

L’acquisto del Centro Paradiso

“Il Centro Paradiso? L’idea parte da lontano. Mi è venuta qualche anno fa e in silenzio l’ho portata avanti. Dopo mesi a sistemare tutto adesso stiamo cercando di capire cosa fare. Io vorrei ripristinare il campo di calcio e gli spogliatoi, provando a rimettere in vita le tre palazzine. E’ una struttura grande e ci sarà da lavorare, ma voglio tenere le 17 stanze in cui dormivano i campioni di Italia, pur lavorando su punti che rendano la struttura viva e moderna. Dobbiamo inventarci qualcosa, ma non è facile. Al di là dell’investimento, è qualcosa che deve auto sostenersi, perché dovrà restare in vita per cento anni e non chiudere più. La mia idea è quella di farne un settore giovanile di una scuola calcio o di un’accademia, portare un gran numero di bambini. Il progetto è questo e spero di portarlo a termine perché penso che sia giusto ridarlo al territorio di un quartiere difficile, ma che, riqualificando il Centro Paradiso, potrà trarne beneficio. E in fondo, quotidianamente, c’è tanta gente che mi chiede quando riaprirà, tutti convinti di come fosse troppo triste vederlo com’era ormai ridotto”, ha proseguito Cannavaro.

Con l’Atalanta ultima chiamata per il Napoli

“La ripresa del campionato? Prima delle nazionali e dopo le nazionali sono sempre le gare più difficili. Il Napoli ha vissuto l’anomalia di non avere allenatore oltre ai tanti giocatori partiti per giocare per il mondo durante la sosta, ma se vuole provare ad accorciare la classifica ha l’obbligo di battere l’Atalanta. E’ l’ultima chiamata per rientrare nella corsa Champions. L’aspetto psicologico dopo gli impegni delle Nazionali è fondamentale. Devi essere bravo a ricaricare le batterie e non sempre ci si riesce”. Ha concluso, infine, Cannavaro.

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