Alessia Moio al Teatro Barone con C’era una volta Nino Taranto

Nel respiro profondo della memoria teatrale napoletana, laddove la scena si fa racconto e il racconto si trasfigura in leggenda, torna a levarsi il sipario su un omaggio che ha il sapore della devozione artistica e della ricostruzione storica: sabato 18 aprile 2026, alle ore 21, il Teatro Barone di Melito accoglierà il ritorno in scena di Alessia Moio con “C’era una volta Nino Taranto… L’uomo, la storia, la leggenda”.

Non si tratta di un semplice spettacolo celebrativo, ma di un vero e proprio atto d’amore verso Nino Taranto, figura centrale e irripetibile del Novecento partenopeo. Figlio autentico di Forcella, Taranto seppe attraversare con elegante disinvoltura i territori del teatro, della canzone e del cinema, lasciando un segno indelebile accanto a giganti come Totò, ma conservando sempre una cifra personale, ironica e profondamente umana.

Alessia Moio, attrice, cantante e raffinata mandolinista, si fa qui interprete e custode di una memoria che non è mai polverosa, ma viva, palpitante, quasi carnale. Il suo lavoro nasce da uno studio rigoroso e appassionato della vita del grande “Commendatore”, un’indagine che ha ricevuto il riconoscimento ufficiale della Fondazione Nino Taranto. Non è un dettaglio marginale: alla Moio è stato concesso l’onore simbolico e potente di indossare la storica paglietta a tre punte appartenuta a Taranto, quasi un’investitura teatrale, un passaggio di testimone tra epoche e sensibilità diverse ma unite dallo stesso fuoco.

Accanto a lei, a dare corpo e ritmo alla narrazione, le giovani interpreti Camilla Esposito e Martina Brescia, impegnate nel ruolo del “fine dicitore”, presenze sceniche che evocano quella tradizione elegante e colta della parola teatrale, oggi sempre più rara.

Il tessuto drammaturgico, firmato dalla stessa Moio, si muove tra racconto e rievocazione, evitando ogni retorica per restituire invece l’uomo dietro l’artista, le fragilità accanto ai trionfi, le radici popolari che alimentarono una carriera luminosa.

E poi la musica, imprescindibile, quasi sangue narrativo dello spettacolo: affidata al maestro Vincenzo Napolitano, essa ricuce il tempo e restituisce quella dimensione sonora che fu essenziale nell’arte di Taranto, sospesa tra macchietta, canzone e teatro musicale.

A completare l’allestimento, la produzione e le scene di Rosario Imparato e i costumi della storica ditta Canzanella, che contribuiscono a restituire atmosfera e verità visiva a un racconto che è, prima di tutto, immersione.

Questo spettacolo non si limita a ricordare: riporta in vita. E nel farlo, interroga il presente, chiedendo al pubblico se sia ancora capace di riconoscere e custodire quella grande tradizione teatrale napoletana di cui Nino Taranto fu, senza dubbio, uno degli ultimi, autentici protagonisti.

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