Tra le armonie del complesso cinquecentesco di San Marcellino, tra pietre antiche, affreschi e memorie stratificate, la musica ha incontrato il pensiero, e la parola si è fatta architettura dell’anima. Qui, Claudio Baglioni ha scelto di sostare, non per cantare ma per raccontarsi, dialogando con gli studenti dell’Università Federico II di Napoli in un incontro che ha assunto i contorni di una vera e propria lezione di estetica applicata alla vita.
Non un semplice appuntamento accademico, ma un attraversamento colto e sensibile tra discipline: musica, arte, paesaggio e architettura si sono intrecciati in un discorso unitario, quasi fossero capitoli di un unico spartito. Il cantautore romano, che da anni rivendica una doppia appartenenza tra note e geometrie, ha restituito agli studenti una visione organica della creatività, dove ogni forma espressiva si nutre dell’altra.
Rivolgendosi a una platea selezionata di allievi di musicologia, storia dell’arte, architettura e geografia, Baglioni ha evocato lo spirito del Grand Tour, quel viaggio iniziatico che a partire dal Settecento, conduceva gli intellettuali europei a scoprire l’Italia e, soprattutto, il suo Mezzogiorno. Non è un caso che la sua imminente tournée, al via da giugno, porti proprio il titolo “Grand Tour: La vita è adesso”, quasi a voler ribadire, celebrando i 40 anni del famoso disco, che il viaggio non è soltanto movimento nello spazio, ma anche attraversamento interiore.
Tra le pieghe del racconto, emerge con naturalezza la sua identità meno nota ma non secondaria: «Sono un architetto credente, ma non praticante, e sono iscritto all’ordine degli architetti di Napoli». Una dichiarazione che non suona come una semplice battuta, ma come una chiave interpretativa del suo percorso artistico, sempre sospeso tra costruzione e ispirazione.
Il progetto dei quaranta concerti, che toccherà luoghi simbolo della Campania come Pompei, Paestum e la Reggia di Caserta, si configura così come un itinerario della bellezza, dove il suono si posa sulle rovine e dialoga con esse, restituendo nuova vita alla memoria. A impreziosire l’incontro, il rettore Matteo Lorito ha consegnato all’artista il sigillo dell’Ateneo, accompagnandolo con una motivazione densa e solenne: «All’architetto Claudio Baglioni, poeta della musica italiana, per l’alto valore artistico e culturale del suo percorso musicale, e per aver scelto per il suo Grand tour location di inestimabile valore storico, archeologico e paesaggistico, trasformando i suoi concerti in una narrazione della bellezza della Campania e dell’Italia tutta». Baglioni, con la sua consueta ironia, ha stemperato l’emozione chiedendo: «Che poteri dà questo sigillo?».
Ma subito dopo ha lasciato spazio a un sentimento più intimo, confessando lo stupore per il luogo e per l’ospitalità ricevuta: «Un posto così bello non me l’aspettavo, di questa magnificenza, e con questa grande accoglienza». Il dialogo, durato oltre un’ora, ha toccato temi profondi: il senso della bellezza, il concetto del tempo, il ruolo sociale dell’artista, il peso delle emozioni accumulate in una lunga carriera, fino ad affrontare questioni civili come il dramma delle migrazioni, già al centro del suo impegno a Lampedusa. In questo scambio vivo e partecipato, gli studenti non sono stati semplici ascoltatori, ma interlocutori attivi, chiamati a interrogarsi sul valore dell’arte nel presente.
Quando il discorso è scivolato sul significato del nuovo tour, Baglioni ha lasciato emergere una nota crepuscolare, ma luminosa nella sua consapevolezza: «Sarà l’ultimo giro della mia carriera, l’ho annunciato un anno e mezzo fa, volevo dargli un valore, l’idea di un viaggio comune». Parole che risuonano come un commiato gentile, più che come un addio, segnato dalla volontà di condividere un’ultima, grande esperienza collettiva. E poi, quasi a voler restituire tutto alla dimensione affettiva, il cantautore ha chiuso con un ricordo dal sapore partenopeo, sospeso tra realtà e immaginazione: «I miei genitori mi hanno concepito a Ischia, durante la loro luna di miele tardiva: quando ero piccolo, immaginavo che avessero creato un bambino con i fanghi delle terme e ci avessero soffiato dentro».
In quel momento, tra sorrisi e commozione, si è compiuto il senso più autentico dell’incontro: la cultura non come esercizio astratto, ma come racconto vivo, capace di unire generazioni e linguaggi. E Baglioni, ancora una volta, si è rivelato non soltanto cantore di emozioni, ma interprete raffinato di una bellezza che non smette di interrogare il tempo. Forse è proprio questo il segreto del suo viaggio: trasformare, lontano dalle quattro mura dei teatri, ogni tappa in un luogo dell’anima, dove la musica non si limita a risuonare, ma continua, ostinatamente, a significare.
