Luca Brancaccio, DG AMC SpA e Consigliere CdA ANM SpA, espone la sua analisi in merito alla situazione dei trasporti pubblici in Italia
Nel Fondo TPL 2025 il Nord incassa, il Sud resta indietro. Così analizza e illustra Luca Brancaccio, DG AMC SpA e Consigliere CdA ANM SpA.
Alle sette del mattino, in una periferia di Napoli o di Catanzaro, l’attesa alla fermata dell’autobus non è solo una questione di orari. È una scommessa quotidiana. Passerà? Sarà pieno? Arriverà in tempo per andare al lavoro, a scuola, in ospedale?
A centinaia di chilometri di distanza, a Milano o Verona, la stessa scena ha un esito diverso. Corse più frequenti, mezzi nuovi, integrazione con metro e ferrovie. Non è solo efficienza: è anche una questione di risorse.
Il saldo 2025 del Fondo Nazionale Trasporti, il principale strumento con cui lo Stato finanzia il trasporto pubblico locale, racconta ancora una volta un’Italia che viaggia a due velocità.
Un miliardo che pesa più al Nord.
Il Fondo vale oltre 5,3 miliardi di euro l’anno. La parte più delicata è il saldo finale del 20%, più di un miliardo di euro, distribuito alle Regioni per “premiare” efficienza e risultati. Ma nei fatti, quel miliardo continua a seguire una logica antica: chi ha già molto, riceve di più.
Oltre il 55% del saldo 2025 finisce alle Regioni del Nord. Al Mezzogiorno resta meno del 35%, pur concentrando una popolazione simile e bisogni spesso maggiori. Lombardia e Veneto: sistema forte, Fondo generoso. La Lombardia è il simbolo di questo squilibrio. Riceve oltre 900 milioni di euro l’anno, con un saldo 2025 stimato oltre i 150 milioni. Tradotto: più di 90 euro pro capite. Il Veneto segue con una dotazione annua tra 450 e 480 milioni e un saldo di circa 52 milioni. Sistemi efficienti, certo. Ma anche già strutturati, moderni, capillari.
Campania: tanta domanda, pochi fondi.
Poi c’è la Campania. 5,6 milioni di abitanti, una delle densità urbane più alte d’Europa, un uso del trasporto pubblico spesso obbligato. Eppure riceve oltre 300 milioni di euro in meno ogni anno rispetto alla Lombardia. Il finanziamento pro capite resta sotto i 75 euro. Significa autobus più vecchi, linee sovraffollate, manutenzioni rinviate. Non perché manchi la domanda, ma perché mancano le risorse per sostenerla.
Calabria: sopravvivere, non migliorare.
In Calabria la situazione è ancora più fragile. Le risorse del Fondo bastano appena a garantire il minimo indispensabile. Parlare di potenziamento, di integrazione, di mobilità sostenibile diventa quasi un lusso, in territori dove il trasporto pubblico è spesso l’unico argine allo spopolamento.
Un Fondo che conserva le distanze. Il paradosso è evidente: il Fondo che dovrebbe garantire diritti minimi di mobilità finisce per cristallizzare le disuguaglianze. La spesa storica, anche quando non dichiarata, continua a guidare le scelte. E così il divario non si riduce: si eredita.
La domanda nasce spontanea. É una questione puramente geografica o riguarda tutti?
Non è solo un problema del Sud. Un Paese dove muoversi dipende dal codice postale è un Paese meno competitivo, meno giusto, più fragile. Senza trasporto pubblico non c’è lavoro accessibile, non c’è scuola raggiungibile, non c’è sanità davvero universale.
Ed allora, cambiare rotta è possibile?
Le soluzioni esistono: una quota perequativa vera nel Fondo, il superamento reale della spesa storica, investimenti mirati dove il servizio manca e non dove è già eccellente. Non si tratta di togliere a qualcuno, ma di dare a tutti la possibilità di salire sullo stesso autobus.
Altrimenti il rischio è chiaro: che sul riequilibrio territoriale cali definitivamente il sipario. E che, ancora una volta, a restare fermi alla fermata siano sempre gli stessi.
