lunedì, Febbraio 16, 2026

Multe a bordo dei trasporti pubblici: un’analisi del caso TEP di Parma

La recente polemica sulle sanzioni elevate dai verificatori TEP Parma ai passeggeri sprovvisti di titolo di viaggio validato ha riacceso un dibattito che periodicamente attraversa il trasporto pubblico locale italiano. Ecco un’analisi tecnico-giuridica.

Nel diritto dei trasporti, l’obbligo di validazione del titolo di viaggio non costituisce un adempimento meramente formale, bensì un elemento costitutivo del contratto di trasporto pubblico. La validazione rappresenta il momento perfezionativo dell’accordo negoziale tra utente e vettore, attestando l’effettivo utilizzo del servizio in un determinato arco temporale attraverso l’apposizione di data, ora e identificativo della corsa sul supporto cartaceo o elettronico.

Tale interpretazione trova fondamento nella disciplina nazionale del trasporto pubblico locale, nelle condizioni generali di contratto adottate dalle singole aziende di trasporto e nella giurisprudenza amministrativa consolidata. L’obbligo di validazione immediata al momento dell’accesso al mezzo risponde a esigenze di certezza giuridica, tracciabilità delle prestazioni erogate e prevenzione dell’evasione tariffaria attraverso il riutilizzo fraudolento dei titoli di corsa.

La mancata validazione configura pertanto una violazione oggettiva del regolamento di trasporto, indipendentemente dalla sussistenza di dolo o dalla presenza di attenuanti soggettive quali distrazione, dimenticanza o buona fede del passeggero. Tale principio, pur apparendo rigoroso, garantisce l’uniformità applicativa della norma e previene fenomeni di arbitrarietà o disparità di trattamento tra gli utenti.

Ciò detto, gli addetti alla verifica dei titoli di viaggio operano sulla base di un mandato contrattuale che non prevede margini di discrezionalità nell’applicazione delle sanzioni amministrative. Pertanto, il personale di verifica non può operare valutazioni caso per caso sulla base di elementi soggettivi o situazionali, pena l’introduzione di un sistema discriminatorio e giuridicamente insostenibile.
Una gestione “personalizzata” delle violazioni comporterebbe inevitabilmente disparità di trattamento tra utenti in situazioni analoghe, violando il principio di eguaglianza sostanziale, oltre a generare contenzioso amministrativo con conseguente aggravio di costi legali per l’azienda.

Si configurerebbe inoltre un indebolimento della funzione deterrente del sistema sanzionatorio, con possibile incremento dei fenomeni evasivi e si determinerebbe responsabilità disciplinare per il personale che dovesse discostarsi dalle procedure standardizzate. L’uniformità applicativa non rappresenta quindi un eccesso di formalismo, ma una condizione strutturale per garantire la legittimità dell’azione amministrativa nel settore del TPL.

Un aspetto sistematicamente trascurato nel dibattito pubblico riguarda la sostenibilità economico-finanziaria del servizio di verifica titoli. L’analisi dei conti economici delle aziende di trasporto pubblico evidenzia come il sistema di controllo rappresenti, nella stragrande maggioranza dei casi, un centro di costo netto piuttosto che una fonte di profitto. I costi strutturali del servizio di verifica si articolano su diversi livelli. Sul fronte del personale, occorre considerare le retribuzioni dei verificatori comprensive di inquadramento contrattuale, contributi previdenziali e TFR, oltre alla formazione continua su normativa, procedure operative e gestione delle relazioni con l’utenza, nonché le dotazioni individuali quali uniformi, dispositivi di validazione portatili e sistemi di protezione personale. L’infrastruttura tecnologica richiede l’acquisizione e manutenzione dei dispositivi di verifica, l’integrazione con i sistemi informativi aziendali e le piattaforme di bigliettazione elettronica, oltre allo sviluppo e aggiornamento delle banche dati. A ciò si aggiungono i costi amministrativi per la gestione del contenzioso, le procedure di riscossione, le notifiche e la consulenza legale, nonché i costi di coordinamento operativo relativi alla pianificazione delle turnazioni e all’analisi dei dati raccolti.

A fronte di questa struttura di costo, il gettito derivante dalle sanzioni presenta caratteristiche peculiari. Una quota significativa delle sanzioni elevate non viene riscossa spontaneamente, generando ulteriori costi di recupero coattivo con tassi di successo variabili. I flussi di cassa sono irregolari e difficilmente prevedibili, complicando la pianificazione finanziaria. Nelle aziende di TPL, le sanzioni rappresentano mediamente lo 0,5-2% dei ricavi tariffari totali, con punte massime del 3-4% nei contesti urbani ad alta densità e frequenza di controllo (fonte ASSTRA). Secondo stime di settore, il rapporto costi-ricavi del servizio di controllo si attesta generalmente tra 0,7 e 1,2, attestando come il sistema si avvicini all’equilibrio economico o risulti addirittura in perdita per l’azienda. L’idea che le sanzioni costituiscano un “business” per le aziende di trasporto è quindi priva di fondamento empirico.

In termini di letteratura economica sui beni pubblici e nel caso di TPL, si ricade nel tipico caso di “free-riding problem”: la possibilità di utilizzare il servizio senza pagare, genera incentivi all’evasione tariffaria, con conseguente erosione della base finanziaria del sistema. Il sistema sanzionatorio svolge una funzione prevalentemente deterrente, modificando la struttura degli incentivi individuali attraverso l’introduzione di un costo atteso dell’evasione superiore al costo del biglietto, la creazione di un effetto reputazionale negativo associato alla contestazione pubblica e il rafforzamento della norma sociale di compliance tariffaria. L’efficacia deterrente dipende non tanto dall’entità della sanzione quanto dalla probabilità percepita di controllo e dalla certezza dell’applicazione. Un sistema caratterizzato da controlli sporadici ma rigorosi risulta più efficace di un sistema con controlli frequenti ma applicazione discrezionale. L’equilibrio economico-finanziario delle aziende di trasporto pubblico locale si fonda sui ricavi tariffari ordinari derivanti dalla vendita di biglietti e abbonamenti, sui contributi pubblici per servizi minimi e sussidi regionali, e sull’efficienza gestionale attraverso l’ottimizzazione dei processi operativi. In questo contesto, la corretta riscossione delle tariffe assume una valenza che trascende la dimensione meramente contabile, investendo la sostenibilità intergenerazionale del servizio pubblico.

Ogni euro di evasione tariffaria rappresenta un mancato ricavo che deve essere compensato da maggiori contributi pubblici con conseguente onere per la fiscalità generale, da riduzione della qualità del servizio offerto, oppure da incremento tariffario per gli utenti regolari. L’applicazione uniforme delle sanzioni tutela quindi gli utenti che rispettano le regole, evitando che questi debbano sovvenzionare indirettamente i comportamenti evasivi attraverso aumenti tariffari o riduzione delle frequenze. In questo, il caso TEP Parma evidenzia una frattura ricorrente tra la dimensione tecnico-giuridica della gestione del trasporto pubblico e la percezione sociale delle sanzioni amministrative. Tale disallineamento deriva spesso da una insufficiente comunicazione sui fondamenti del sistema e sulla reale funzione economica del controllo. Le sanzioni per mancata validazione trovano fondamento in un chiaro quadro normativo e regolamentare, devono essere applicate secondo criteri di uniformità e certezza del diritto, non costituiscono una fonte reddituale significativa per le aziende di trasporto, svolgono primariamente una funzione di deterrenza e tutela dell’equità tra utenti e rappresentano uno strumento a presidio della sostenibilità economica del servizio pubblico.

In un contesto di progressiva riduzione dei trasferimenti pubblici e di crescente pressione sui bilanci delle aziende di TPL, la corretta applicazione del regolamento tariffario non può essere interpretata come atteggiamento punitivo verso l’utenza, ma come necessaria garanzia di continuità, qualità e universalità del servizio nei confronti dell’intera collettività. La sfida consiste nel coniugare il rigore dell’applicazione normativa con la capacità di comunicare efficacemente le ragioni tecniche, economiche e di equità sociale che sottendono il sistema sanzionatorio, superando la retorica del “fare cassa” attraverso un’informazione trasparente sulla reale economia del controllo.​​​​​​​​​​​​​​​​

testo a cura di Ing. Luca Brancaccio, Direttore Generale AMC SpA e Consigliere CdA ANM SpA

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