venerdì, Febbraio 20, 2026

Jucature, al Diana la poetica sconfitta degli invisibili

Al Teatro Diana si è aperto il sipario su “Jucature”, (Els jugadors – I giocatori) partitura teatrale dello spagnolo Pau Mirò, restituita alla lingua e all’anima partenopea dalla traduzione e regia di Enrico Ianniello, che già nel 2013 ne fu artefice e interprete accanto a Renato Carpentieri, Tony Laudadio e Giovanni Ludeno.
Oggi la scena appartiene ad Antonio Milo, Adriano Falivene, Marcello Romolo e Giovanni Allocca, guidati da un impianto scenico firmato da Carmine Guarino, dai costumi di Ortensia De Francesco e dalla architettura di luci firmata Cesare Accetta, che scolpisce gli spazi come fossero stanze interiori. Quattro uomini senza eroismo né gloria, un becchino, un attore, un professore e un barbiere, si radunano in un appartamento che pare sospeso fuori dal tempo, rifugio fragile contro l’indifferenza del mondo.
Dovrebbero giocare a carte, ma la partita resta sempre promessa e mai compiuta: il vero gioco è la parola, è la confessione, è l’illusione condivisa. Ianniello orchestra il ritmo alternando leggerezza e malinconia, secondo una tradizione teatrale napoletana capace di unire il sorriso alla riflessione e la riflessione al sorriso con naturalezza antica e sapienza popolare. Antonio Milo disegna un becchino balbuziente e teneramente tragico, creatura scossa da esitazioni verbali che diventano tremito dell’anima, e che trova l’unico riparo alla propria fame d’affetto nelle visite rituali a Irina, prostituta ucraina evocata come fosse un’apparizione salvifica più che una presenza reale; in quel rifugio mercenario egli cerca non piacere ma ascolto, non solo carne ma consolazione, come se ogni parola pronunciata davanti a lei fosse un fiore deposto sulla tomba della propria solitudine.
La sua balbuzie non suscita riso facile, bensì una compassione pensosa, perché sembra il segno fisico di una frattura interiore mai ricomposta. Adriano Falivene tratteggia un aspirante attore smarrito tra amnesie e furtarelli che tuttavia non nascono dal vizio ma da una patologia compulsiva. Il suo personaggio pare vivere in una continua prova generale dell’esistenza, senza riuscire mai ad andare davvero in scena.
Marcello Romolo offre al suo professore un’eco infantile mai spenta, come se dietro ogni sillaba si nascondesse ancora il bambino timoroso di deludere l’ombra paterna, mentre Giovanni Allocca plasma un barbiere consunto dal sospetto e dalla sconfitta, figura che pare portare addosso il peso di tutte le occasioni perdute, quasi un abito cucito dalla rassegnazione. Non caricature, ma creature di carne fragile, relitti umani che vibrano di un’ostinata volontà di esistere. Insieme formano una confraternita di esclusi, una piccola società parallela in cui la sconfitta diventa linguaggio comune e la fantasia l’unica moneta ancora spendibile.
Il testo, insignito del Premio UBU 2013 quale miglior opera straniera, vive qui di una vitalità nuova: Napoli non è semplice ambientazione, ma lente morale attraverso cui osservare l’umanità disarmata di questi personaggi. Quando i quattro escogitano un colpo improbabile, più che un gesto criminale sembra un rito iniziatico, una sfida lanciata al destino come al tavolo verde: rosso o nero, vivere o sparire. Si ride molto, ma è un riso che nasce dal riconoscimento, non dalla derisione.
Perché ognuno di quei falliti custodisce un frammento di verità che riguarda tutti: la paura di non essere visti, di non lasciare traccia, di restare fuori dal racconto del mondo. E allora parlano, parlano senza tregua, come se il silenzio fosse una forma di morte. Uscendo dal teatro, resta la sensazione di aver assistito non a una commedia, bensì a una veglia laica sull’umana precarietà. “Jucature”, al Diana fino a domenica 22 febbraio, suggerisce che la dignità non coincide con il successo e che talvolta la vera salvezza non è vincere la partita, ma trovare qualcuno disposto a sedersi al tavolo con noi. Questa, in fondo, è la morale più discreta e più necessaria: finché esiste una compagnia con cui condividere il fallimento, nessuna sconfitta è davvero definitiva.

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