La figura dei congiunti che si trovano in regioni diverse è stata forse troppo sottovalutata nell’ultimo Dpcm: nasce da qui una petizione da parte di chi non si arrende alla lontananza forzata e vuol far sentire la sua voce.
Con il Dpcm del 26 Aprile, è stata data la possibilità alle persone di rivedere i “congiunti”, ossia i parenti e le persone con cui si hanno legami stabili. Ma il decreto impone dei paletti agli spostamenti fuori regione, a meno che non ci si sposti per raggiungere la propria residenza o il proprio domicilio.
Insomma, se un campano vuole andare a trovare un proprio parente in Calabria, non può farlo. E vale lo stesso discorso per i fidanzati. Nasce da questa esigenza la petizione lanciata dal gruppo Facebook “Congiunti e fidanzati fuori regione”.
“Poiché dovremmo avere tutti gli stessi diritti, dovremmo avere anche noi la possibilità di “ricongiungerci” con i nostri affetti, semplicemente perché è un diritto che in questa fase è stato negato soltanto a noi! Non si parla di assembramenti, festini o cose di questo genere, chiediamo solo di essere equiparati alle stesse persone che hanno gli affetti nella propria regione”. Si legge in calce alla petizione stessa.
E pensare che alcuni di loro, provenienti da tutta Italia, sono separati solo da pochi chilometri. Le storie raccontate nel gruppo, dove c’è un quotidiano confronto, sono tante e aprono a uno scenario forse troppo sottovalutato. C’è chi è rimasto solo in casa, chi vuole rivedere un genitore anziano rimasto vedovo di recente, chi vorrebbe riabbracciare i figli, chi il proprio fidanzato o la propria fidanzata.
Separati da una distanza che non può al momento essere colmata. Ci sono persino medici e infermieri, che dopo tutti gli elogi degli scorsi mesi per le vite salvate, si ritrovano a dover aspettare.
“La nostra rabbia – racconta Clarissa alla redazione di 2anews – è scoppiata quando ci siamo sentiti denigrati per questa richiesta, venendo ridicolizzati come “fidanzatini”, “turisti”, e chi più ne ha più ne metta, mentre ai più fortunati veniva riconosciuto giustamente il diritto di rivedere i propri cari. Inoltre non abbiamo ricevuto né riceviamo risposte dalle istituzioni, che continuano a non prendere in considerazione la nostra condizione e incoerentemente affermano quanto lo stress emotivo da isolamento possa diventare pericoloso”.
“Nel gruppo ci siamo confortati, abbiamo raccolto storie di chi ha iniziato a soffrire di attacchi di panico e ansia, perché ci teniamo a ricordarlo: noi non siamo scollati dalle gravi conseguenze che il lockdown ci sta prospettando, anche noi siamo preoccupati per il nostro futuro lavorativo, non siamo disinteressati alle tragedie irrimediabili che hanno colpito molte famiglie, anche noi siamo stati colpiti dalle notizie strazianti; ma in più ci è negato il supporto di chi abbiamo di più caro nelle nostre vite, che – conclude – non è colmabile con una videochiamata”.
