sabato, Febbraio 28, 2026

Famiglia in tempesta al Teatro Diana con Zeno e Galiena

Al Teatro Diana giunge la versione scenica di “A casa tutti bene”, e la sala si trasforma in un salotto emotivo dove lo spettatore non assiste soltanto, ma origlia, spia, quasi respira tra le pieghe di una famiglia in frantumi.

La regia di Gabriele Muccino, affiancato da Marcello Cotugno e Irene Alison, plasma il testo come un organismo vivo: non semplice trasposizione del film omonimo del 2018, ma detonazione teatrale di sentimenti compressi. Il pretesto narrativo è quello di una riunione domestica su di un’isola per celebrare gli ottant’anni della matriarca Alba.

Una tempesta marina blocca le partenze e costringe parenti e affini a una convivenza forzata. È qui che la drammaturgia svela il suo vero motore: l’impossibilità di fuggire dagli altri quando in realtà si vorrebbe fuggire da sé stessi. La casa diventa un confessionale senza prete, un’arena dove il sangue non unisce ma coagula.

In scena Giuseppe Zeno e Anna Galiena, sono gli interpreti di una tensione emotiva che non cerca effetti ma verità, sostenuti anche da quella naturale disinvoltura che deriva loro dalla consolidata familiarità con pubblico e obiettivi di cinema e televisione. Attorno a loro si muove l’affiatato ensemble composto da Alice Arcuri, Ilaria Carabelli, Maria Chiara Centorami, Lorenzo Cervasio, Simone Colombari, Vera Dragone, Sandra Franzo, Alessio Moneta e Celeste Savino: undici anime inquiete che intrecciano desideri, rivalità, nostalgie e recriminazioni come fili di una stessa ragnatela domestica.

Muccino orchestra i dialoghi con ritmo incalzante, alternando stoccate verbali a pause cariche di sottintesi. La parola, qui, è arma e rifugio: ferisce, difende, tradisce. Si ride, sì, ma è un riso nervoso, quello che nasce quando riconosciamo nelle nevrosi altrui le nostre stesse crepe. La famiglia emerge come laboratorio psicologico, luogo dove l’amore convive con l’invidia e l’affetto si mescola al risentimento. Ogni personaggio custodisce una piccola menzogna necessaria per sopravvivere al proprio ruolo.

Le scene di Roberto Crea costruiscono uno spazio chiuso e simbolico, quasi una teca emotiva, all’interno della quale si intravede l’armonia artificiosamente perfetta di una grande casa-giocattolo, linda e luminosa, sotto la cui superficie immacolata ribollono però passioni tutt’altro che infantili. Le musiche di Nicola Piovani curate da Pasquale Filastò insinuano un controcanto sonoro discreto ma penetrante, come un ricordo che riaffiora senza essere invitato. Tutto concorre a una sensazione di progressiva saturazione: parole, silenzi, sguardi si accumulano fino a esplodere in confessioni e accuse.

Il pregio maggiore dello spettacolo è la sua natura speculare. Non racconta soltanto una storia: restituisce allo spettatore il riflesso delle proprie dinamiche familiari, dei rancori taciuti durante i pranzi festivi, delle carezze mancate, delle verità rimandate. Perché il nucleo domestico, più che rifugio, può diventare una lente d’ingrandimento dell’anima, e sotto quella lente ogni difetto appare gigantesco.

Quando il sipario cala, non resta l’eco di una semplice rappresentazione, ma la sensazione di aver spiato attraverso la serratura dell’intimità umana. E allora sorge un dubbio sottile, quasi scomodo: forse le famiglie non sono luoghi dove ci si ama senza condizioni, ma stanze dove impariamo, giorno dopo giorno, quanto sia difficile farlo davvero.

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