venerdì, Febbraio 20, 2026

Al Teatro Bellini con Mascia, Svevo e l’illusione dell’eterno

Alla prima de “La rigenerazione” al Teatro Bellini si aveva la netta sensazione di trovarsi al cospetto non di uno spettacolo soltanto, ma di un meccanismo concettuale in azione, una macchina pensante capace di riflettere l’uomo contemporaneo dentro lo specchio deformante della sua stessa coscienza.

Il testo, composto nel 1926-27 da Italo Svevo, appartiene a quella rara categoria di opere che non si limitano a raccontare ma diagnosticano. Svevo, anatomista delle inquietudini borghesi, trasferisce sulla scena la sua consueta indagine sull’inautenticità dell’esistenza, mostrando come l’aspirazione al rinnovamento non sia che un travestimento del terrore di dissolversi.

La sua drammaturgia, apparentemente lineare, è in realtà un sistema di camere segrete: sotto il dialogo corre un controtesto filosofico, sotto l’ironia pulsa la malinconia, sotto la trama agisce un pensiero che interroga la modernità con lucidità quasi profetica. L’idea dell’operazione capace di restituire vigore a un vecchio non è semplice espediente fantastico, ma simbolo di una civiltà che rifiuta il limite e tenta di abolire la finitudine.

In ciò risiede l’attualità bruciante dell’opera: oggi più che mai l’uomo occidentale vive come se la morte fosse un incidente amministrativo, una scadenza rinviabile con opportuni accorgimenti tecnici. Svevo, con un anticipo di decenni, aveva già compreso che questa illusione produce mostri morali prima ancora che biologici. Il patriarca Giovanni Chierici trova nell’interpretazione di Nello Mascia una resa di altissimo pregio, tutta giocata su sfumature di elegante distacco e di arguta leggerezza.

Il suo vecchio non è una caricatura senile, bensì un uomo ancora assetato di esperienza, animato da desideri che la società giudica sconvenienti solo perché appartengono a un corpo logoro. Mascia lo modella come una figura sospesa tra ironia e malinconia, quasi fosse consapevole di recitare egli stesso la commedia della propria sopravvivenza. Di raffinata sensibilità anche la prova di Roberta Caronia, la cui Emma incarna una dignità silenziosa, tutta raccolta in una compostezza che trasforma il dolore in disciplina interiore.

La regia di Valerio Santoro rivela un’adesione meditata allo spirito dell’autore: nessuna forzatura, nessuna concessione al decorativismo, ma un ascolto attento del ritmo sveviano, quasi si trattasse di una partitura da eseguire con fedeltà filologica e insieme con slancio interpretativo. Ogni personaggio, ogni pausa, ogni inflessione verbale appare studiata come parte di un equilibrio complessivo.

Il merito va anche alla compattezza della compagnia completata da Matilde Piana, Alice Fazzi, Nicolò Prestigiacomo, Massimo De Matteo, Mauro Parrinello, Roberto Burgio e Roberto Mantovani, che restituisce il senso di un organismo scenico unitario. Portanti le scene di Luigi Ferrigno, i costumi di Dora Argento, le musiche di Paolo Coletta, il suono di Hubert Westkemper e le luci di Cesare Accetta, tutti elementi che non fungono da ornamento ma da pensiero visivo. Ciò che più colpisce, tuttavia, è la statura intellettuale del congegno drammatico.

Svevo, nel suo ultimo lavoro drammaturgico, non giudica i suoi personaggi: li osserva come casi clinici dell’anima moderna. Giovanni non è ridicolo nel suo desiderio di giovinezza, né eroico; è umano, dunque contraddittorio, e proprio in questa contraddizione si riflette l’intera civiltà occidentale, incapace di accettare che la vita trovi compimento nel suo stesso tramonto. Il teatro, qui, diventa laboratorio filosofico, e la scena un luogo dove la biologia incontra la metafisica.

Quando il sipario cala, non resta soltanto l’eco di una vicenda ben costruita, ma una domanda che continua a lavorare nello spettatore: se davvero potessimo rigenerarci all’infinito, sapremmo ancora dare valore al tempo che ci è concesso? Forse la vera tragedia non è invecchiare, ma smarrire il senso del limite che rende preziosa ogni stagione dell’esistere. E Svevo, con la calma implacabile dei grandi pensatori, ci sussurra che l’uomo non ha bisogno di rinascere: ha bisogno di comprendere.

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