Una mattinata intrisa di commozione e ricordo ha rischiarato la Casacinema di via Cisterna dell’Olio, dove Napoli ha abbracciato in anteprima il film documentario “Nino. 18 Giorni”, firmato da Toni D’Angelo e dedicato al padre Nino: l’artista che ha saputo elevare la musica popolare partenopea a voce universale, custodendone intatta l’anima più vera e profonda.
Presentato Fuori Concorso all’82ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, il film si prepara ora a raggiungere le sale italiane il 20 novembre, portando con sé una storia di arte, e di affetto. Più che un semplice omaggio, “Nino. 18 Giorni” è un viaggio intimo e struggente che attraversa la vita di un uomo capace di reinventarsi restando fedele alla propria verità. Nino D’Angelo, icona degli anni ’80, fu il “caschetto biondo” più amato d’Italia dopo Raffaella Carrà.
Oggi quel caschetto non c’è più, ma il tempo ha lasciato spazio a una maturità dolce, consapevole, e a una musica intrisa di luce e respiro Mediterraneo. Vive a Roma, in una serenità domestica scandita dal lavoro nel suo piccolo studio sulla Cassia, mentre le note del suo ultimo concerto allo Stadio Maradona hanno rappresentato il saluto definitivo a un’epoca, quella degli anni Ottanta, delle sceneggiate, di un ragazzo partito da San Pietro a Patierno per parlare d’amore al mondo.
Dietro lo smartphone, il figlio Toni segue il padre nel tour “I miei meravigliosi anni ’80”, ma anche nei luoghi della memoria: i vicoli dell’infanzia, le case di periferia, i ricordi di un’ascesa che parte dalla povertà e approda alla celebrità. Un viaggio, questo, che diventa anche un mezzo per colmare i diciotto giorni che, nel 1983, separarono il neonato Toni dal padre impegnato a Palermo con una sceneggiata di successo. Quei giorni, mai vissuti insieme, diventano nel film un simbolo del tempo perduto e poi ritrovato: un padre e un figlio che si riscoprono, entrambi uomini, entrambi artisti.
Dopo la proiezione, in un vivace incontro con la stampa napoletana, i protagonisti hanno condiviso parole dense di emozione e sincerità. «Un progetto nato per caso – ha spiegato Toni D’Angelo- in quanto figlio di Nino, negli anni sono stato più volte contattato da registi interessati a raccontare la sua storia, ma non si è mai creata la giusta empatia. Forse mancava un approccio rispettoso verso la sua vita privata e verso un artista che, da vero rivoluzionario della canzone napoletana, ha conquistato successo e denaro senza nemmeno rendersene conto.
Così è nata l’idea che fossi io a raccontarlo. All’inizio non volevo fare un film per elogiare mio padre, ma ho trovato l’ispirazione proprio in quei 18 giorni che ci separarono alla mia nascita, giorni che posso solo immaginare attraverso ricerche e vecchie foto». A sostenerlo, Luciano Stella, uno dei produttori del docufilm, che ha sottolineato «Siamo stati contattati senza conoscere nulla del progetto, ma il nome e la storia di Nino ci hanno subito convinti. Abbiamo dato fiducia a Toni, e oggi posso dire che è stata una scelta giusta: il risultato è un film intenso, profondo, pieno di amore e di verità».
Infine, le parole del protagonista, Nino D’Angelo, hanno suggellato la commozione generale. «Quando il lavoro di mio figlio è stato terminato, mi sono emozionato nel vedere superate tutte le aspettative. A Venezia mi sono sentito uno del popolo che ce l’ha fatta, davanti ai giornalisti del mondo. È un documentario in cui si possono conoscere sia Nino che Gaetano. Essere raccontati da un figlio è un privilegio, una delle cose più belle che la vita mi ha regalato.
Il film parte dal successo del ragazzo dal caschetto biondo che porto sempre con me: quel Nino che veniva dalla sceneggiata e che, a vent’anni, voleva arrivare ai giovani con canzoni semplici, fatte solo d’amore. Sono stato il primo a portare una canzone napoletana a Sanremo, e dopo aver tagliato il caschetto e superato la depressione che mi ha cambiato, sono arrivato persino ad amare Peter Gabriel e a metterlo nelle mie canzoni».
Così “Nino.18 Giorni” diventa più di un film: è un atto d’amore, un abbraccio tra generazioni, una dichiarazione di appartenenza a una Napoli che continua a cantare attraverso i suoi figli. In quelle immagini, tra passato e presente, vive la storia di un uomo che ha dato voce al popolo e alla poesia, e di un figlio che, con la delicatezza del cinema, gli restituisce il tempo e la gratitudine che solo l’arte può rendere eterni.
