BOSNIA ITALIA non è un tracollo: è la normalità!!!

Il calcio oggi è meno sport e più finanza, con i procuratori che spesso tengono in scacco società indebitate. Siamo arrivati a un punto di non ritorno dove non basta più cambiare l’allenatore. Serve una rivoluzione strutturale.

Sparare sulla Croce Rossa è facile, forse fin troppo. Ma oggi, commentare il tracollo della Nazionale Italiana non è un esercizio di crudeltà, è un atto di realismo. Non c’è merito nell’infierire su un corpo quasi esanime, eppure bisogna avere il coraggio di guardare in faccia la realtà: l’Italia non è più nell’élite mondiale. Siamo scivolati in un limbo dove Norvegia, Bosnia e Macedonia non sono più incidenti di percorso, ma il nostro attuale specchio tecnico

Dalla sentenza Bosman in poi, il calcio europeo è cambiato per tutti. Ma mentre Spagna e Francia hanno saputo cavalcare l’onda, l’Italia è rimasta a guardare.

La Francia ha sfruttato il suo bacino multiculturale e la naturalizzazione; la Spagna, invece, ha creato un ecosistema perfetto con le Squadre B. Real Madrid e Barcellona fanno giocare i propri giovani nella serie cadetta (la nostra Serie B), forgiandoli in un calcio competitivo.

In Italia, il tentativo è appena iniziato con Juventus, Milan e Inter, ma le nostre Under 23 sono relegate in Serie C. Risultato? Il Milan Futuro rischia la Serie D e i ragazzi non crescono. Senza il salto di qualità tecnico della Serie B, le seconde squadre restano solo un costo a bilancio per le società.

Il problema è anche, se non soprattutto, di portafoglio e di procuratori. Se una grande squadra italiana mette gli occhi su un talento emergente come Palestra (Atalanta) o Vergara (Napoli), le richieste economiche sono folli: 50 o 60 milioni per una sola stagione buona.

A quel punto, un direttore sportivo cosa fa? Va all’estero. Con gli stessi soldi compra quattro giocatori stranieri, sperando che almeno uno esploda. È un cerchio che si chiude: i giovani italiani costano troppo, non giocano, e la Nazionale muore di inedia.

Non si può fare calcio senza strutture. Prendiamo il caso del Napoli: si parla di ristrutturare il Maradona, ma se il Comune aumenta il fitto e la società non è proprietaria, dove sta il guadagno? All’estero, lo stadio è un centro commerciale aperto 365 giorni l’anno. Il governo italiano deve facilitare l’acquisto degli impianti, permettendo ai club di generare quegli introiti necessari per investire, finalmente, nei settori giovanili.

Siamo arrivati a un punto di non ritorno dove non basta più cambiare l’allenatore. Serve una rivoluzione strutturale:

  • Rimodulare i campionati: Introdurre i play-off per aumentare l’appeal televisivo.
  • Canale della Lega: Basta svendere i diritti per pochi spiccioli, bisogna massimizzare gli introiti pubblicitari direttamente.
  • Coinvolgere le grandi piazze: Bari, Palermo, Catania. Non si può lasciare metà Italia fuori dal calcio che conta per meri “meriti sportivi” legati a modelli economici fallimentari.

Il calcio oggi è meno sport e più finanza, con i procuratori che spesso tengono in scacco società indebitate. Se vogliamo che la prossima generazione (quella dei quattordicenni che non hanno mai visto l’Italia a un Mondiale) torni a sognare, dobbiamo smetterla di aggrapparci ai nomi del passato. I Tonali e i Calafiori sono buoni giocatori, ma non sono i Baggio o i Cannavaro.

Bisogna rifondare. Bisogna avere il coraggio di cambiare tutto per non finire, definitivamente, nel dimenticatoio del calcio internazionale.

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