lunedì, Febbraio 2, 2026

Parla Maurizio Casagrande all’Acacia con Il viaggio del papà

Di scena fino a domenica 9 novembre al Teatro Acacia, Maurizio Casagrande inaugura la nuova stagione con “Il viaggio del papà”, una commedia che affonda nella fibra più sensibile dei rapporti familiari e dei problemi del pianeta, alternando incursioni nel fantastico, ironia e riflessioni morali. Scritto e diretto dal protagonista insieme a Francesco Velonà, lo spettacolo vede accanto a Casagrande Ania Cecilia (anche autrice delle canzoni originali), Michele Capone, Giovanni Iovino e Arianna Pucci. Un padre e un figlio, separati da un’intera esistenza di incomprensioni, finiscono naufraghi su un’isola artificiale, fatta di plastica e di scarti del mondo contemporaneo: lì, guidati da una presenza soprannaturale e dal linguaggio universale della musica, scopriranno che il viaggio più difficile è quello verso l’altro e verso sé stessi.

Maurizio Casagrande, cosa l’ha spinta a raccontare questa storia?

«Amo la narrazione simbolica. Racconto favole moderne per allontanarmi dalla realtà più cupa senza però tradire i suoi temi profondi. Quando ho scoperto dell’isola di plastica nell’oceano, grande quanto la Spagna, ho immaginato un padre distratto come tanti e un figlio sensibile ma incapace di imporsi. In loro convivono l’umanità che non guarda e quella che vede fin troppo bene».

Padre e figlio, dunque, diventano una metafora del nostro tempo?

«Esattamente. Quel figlio potrebbe essere stato generato da tutti noi: appartiene a una minoranza sensibile e incompresa che avverte i pericoli per la Terra, pur non avendo gli strumenti per cambiarla. Il padre, invece, è l’uomo comune che scivola nella noncuranza. L’isola è il risultato delle nostre omissioni».

Il linguaggio scelto attraversa il fantastico ma resta ancorato all’emozione.

«Uso la fiaba per illuminare il reale. Il viaggio è fisico e interiore: due persone costrette a parlarsi scoprono che la comprensione non è un lusso ma un dovere. La presenza sovrannaturale è la voce della natura, che chiede aiuto attraverso la musica».

Una commedia che, nondimeno, lascia largo spazio al sorriso.

«La leggerezza è necessaria. Credo nella risata che nasce da qualcosa di vero, non dalle gag fini a sé stesse. Qui il pubblico ride, ma poi riflette: il sorriso diventa strumento di consapevolezza».

La musica assume un ruolo centrale.

«Una canzone sa riassumere una vita. Per questo ho voluto chiudere lo spettacolo con “Madre”, un brano intenso di Ania Cecilia dedicato alla nostra Terra. È un abbraccio, un monito, un grazie».

Tra viaggio e naufragio, tra favola e realtà, “Il viaggio del papà” promette di essere non solo un’apertura di stagione, ma un invito urgente a guardare dove spesso scegliamo di non vedere.

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