Con due celebri pagine sinfonico-corali di Brahms e Mendelsoohn-Bartholdy, il celebre direttore inglese Gardiner ha diretto, domenica 30 agosto, il The Constellation Choir and Orchestra.
Nella lunga e articolata programmazione di questa fortunata 74esima edizione del Ravello Festival 2026, uno degli appuntamenti che non bisognava assolutamente perdere era senza dubbio il penultimo, quello di domenica 30 agosto. Le ragioni di tale affermazione sono almeno tre: in primis, la presenza autorevole e preziosa di John Eliot Gardiner, uno dei più grandi direttori d’orchestra di fama mondiale, riconosciuto come uno dei massimi interpreti non solo della musica barocca, ma dell’intero repertorio classico.

Un uomo di pensiero – suo il bellissimo ritratto di Johann Sebastian Bach nel celebre saggio “La musica nel castello del cielo” – che nella sua lunghissima e lusinghiera carriera artistica, ha lavorato con le più importanti orchestre internazionali che ha diretto nei teatri più importanti del mondo, fondando, tra l’altro, il Monteverdi Choir and Orchestra e gli English Baroque Soloists. La seconda ragione è legata senza dubbio alla presenza, sul meraviglioso belvedere di Villa Rufolo, di una delle più acclamate compagini orchestrali al mondo: “The Constellation Choir and Orchestra”.
E infine, la terza e ultima ragione, va ricercata nella scelta intelligente e geniale del programma proposto per questa penultima serata ravellese. Un programma interamente Romantico, con due celebri pagine sinfonico-corali di due giganti della musica tedesca: Johannes Brahms e Felix Mendelsoohn-Bartholdy.
Del primo compositore è stato eseguito il celebre DAS SCHICKSALSLIED (“Canto del destino”) per coro e orchestra op. 54, considerato uno dei più nobili poemi sinfonico-corali della storia della musica, la cui genesi è da ricercare nei giorni dell’esecuzione del celeberrimo EIN DEUTSCHES REQUIEM (Requiem tedesco) op. 45, avvenuta nel 1868, quando durante un’escursione in località Wilhelmshaven Brahms confessò di essere rimasto folgorato dallo “Schicksalslied” contenuto nel romanzo “Hyperion” di Holdering, che aveva letto proprio quella mattina all’alba.
L’op. 54 di Brahms, che fu completata nel 1871, è un tassello importante nella vasta produzione del compositore di Amburgo, è una meditazione musicale legata al più grande “mistero” del mondo, e cioè al destino dell’essere umano che si dibatte in un’angoscia irrisolvibile, trascinandoci verso una lucida e spietata riflessione sul dolore.
Tutti questi evidenti elementi che caratterizzano il Canto del Destino, che Brahms ha suddiviso in tre parti distinte: Adagio in mi bemolle maggiore, Allegro in do minore e Postludio in do maggiore con un finale privo di voci – e non mi voglio soffermare sulla scelta, non casuale, di queste tre diverse tonalità, che racchiudono in sé un preciso e geniale significato – sono stati “raccontati” egregiamente da un Gardiner in splendida forma, dove la sua lunga e consumata esperienza di direttore, unita ad una perfetta simbiosi con la sua meravigliosa orchestra che, ricordiamolo, impiega strumenti d’epoca, e un coro dotato di un’eccezionale tessitura vocale, gli ha permesso in appena quindici minuti (questa la durata complessiva del capolavoro brahmsiano) di gettare delle ottime basi per l’inizio di una grande serata ravellese, orfana però del testo di Holderlin, dal quale si poteva evincere il carattere fortemente spirituale del lavoro di Brahms, anche se l’oscurità del Belvedere di Villa Rufolo non avrebbe permesso la lettura dello stesso.

Con l’esecuzione della Sinfonia n. 2 in si bemolle maggiore op. 52 “Lobgesang” (anche se in realtà è la sua quarta sinfonia in ordine di composizione) facciamo un salto indietro di almeno 40 anni visto che a Mendelssohn, nel 1840, gli vengono commissionate dal Festival di Lipsia le musiche per la celebrazione del quarto centenario dell’invenzione della stampa a caratteri mobili di Gutenberg, ed eseguita per la prima volta il 25 giugno 1840, nella chiesa di San Tommaso a Lipsia. Questa sinfonia-cantata per solisti, coro e orchestra adotta come modello, per il testo che la racchiude, il più famoso e originale libro di tutti i tempi: la Bibbia, sia nel Vecchio che nel Nuovo Testamento.
Mendelssohn suddivide questo suo intenso lavoro sinfonico-corale con una introduzione prettamente strumentale, divisa in tre parti, che Gardiner fa eseguire alla sua orchestra con un taglio molto intimo e religioso, le cui prime parti, dall’oboe al flauto, dal corno al clarinetto, fino agli ottoni primeggiano per delicatezza interpretativa e brillante esecuzione, proseguendo per le altre ben nove sezioni, che si alternano tra il coro e le voci soliste: Hillary Cronin e Samantha Cobb, soprani e Jonathan Hanley, tenore.
Sui versi del celeberrimo Salmo n. 150 della Bibbia, i solisti pronunciano con solenne invocazione l’elemento chiave della vita e nucleo centrale dell’opera, e cioè il passaggio dalle tenebre alla luce, con la significativa domanda che la voce del tenore si pone più volte: “Quando finirà la notte?” E forse l’unica speranza per l’uomo è proprio quella della “Conversione”, ma non intesa come religione a cui convertirsi, ma bensì come “cambiamento” scegliere un’altra strada per poter affermare come una liberazione: “Die Nacht ist vergangen” ossia “La Notte è Trascorsa”.
Ed è proprio questo l’elemento comune ai due lavori proposti da Gardiner, che evidentemente non sono poi così lontani, perché in definitiva entrambi i compositori hanno un’idea comune: IL DOLORE E’ UNA NECESSITA’. Pertanto Gardiner non solo ci ha offerto una delle esecuzioni più belle e intense della sua lunga carriera artistica, ma ci ha anche rivelato il profondo significato religioso e umano, sottolineato da un meraviglioso e brillante coro, di questi due capolavori romantici.
L’entusiasmo del pubblico testimoniato dai lunghi e calorosi applausi, è stato ripagato da un’inatteso e mistico bis: il GEISTLICHES LIED (Canto Spirituale) op. 30 di Brahms. Un piccolo e delizioso capolavoro che viene spesso annoverato tra i canoni tedeschi minori, avvolto da una infinita quando delicata dolcezza, che Brahms compose nel 1856 all’età di 23 anni.
Dopo il lungo e laconico “AMEN” in un’atmosfera mistica che Gardiner ha costruito così efficacemente, nessuno ha osato fiatare ne accennare ad un repentino applauso, fino a quando il braccio teso di Gardiner, in un delicato gesto di attesa, si è abbassato. Solo, e solamente in questo momento è scoppiato l’ultimo significativo e indimenticabile applauso che ha salutato tutti gli artisti ospiti e siglato l’ennesimo successo del Ravello Festival 2026.
