Da Scarpetta alla modernità secondo Tato Russo nel nome del Cafè Chantant

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di Giuseppe Giorgio – Una sorta di devoto omaggio al mito di Eduardo Scarpetta, quello che l’attore e regista Tato Russo, ha presentato al teatro Augusteo. Una  timida e leggera passeggiata, che scandagliando quel sofferente teatro di tradizione di stampo ottocentesco, ha portato in scena, con lo spettacolo “Gran Cafè Chantant” le gesta di colui che prevedendo i mutamenti sociali di una Napoli mentalmente progressista e la fine dell’epoca del San Carlino, operò il primo grande rinnovamento del teatro comico partenopeo.ttr-volantino-gran-cafei-chantant-augusteo-1-e1477672557321 E così, rifacendosi al lavoro “Lu Cafè Chantant” lo stesso che il Commendatore Scarpetta presentò al pubblico nel 1893, Russo, nel teatro di piazzetta duca d’Aosta, avvalendosi dell’apporto dei volenterosi attori della sua Compagnia, ha proposto un “Vaudeville” in due atti capace di riportare in auge insieme ad un “moderno” don Felice Sciosciammocca, quei “tipi” che animarono, tra futurismo e sentimenti sicuramente più libertini, il passaggio verso il grande Novecento. Partendo dalla rappresentazione in chiave farsesca delle vicende di due coppie d’attori e del loro seguito che si trovano, pur di sbarcare il proverbiale lunario, ad improvvisare uno spettacolo di Varietà in un Caffè Concerto di Pozzuoli, l’attore e regista Russo, nei panni del comico Don Felice, ha fatto da anello di congiunzione per una  carrellata su quel fantasmagorico universo di lustrini e pailettes, lasciando scendere in campo, come protagonisti di un genere che tanto infervorò le passate generazioni, il ricordo delle ballerine di “Can Can”, della “Sciantosa”, del “Macchiettista”, del “Fine dicitore” e della “Soubrette”. Ed ecco che, tra struggenti espedienti giornalieri per la sopravvivenza, litigi di coppia, tipi stravaganti e quel sentimento chiamato amore, ad essere tirati in ballo sono stati stati, oltre ad un sprazzo sulla Sceneggiata, il mondo della macchietta e quello delle vedettes modello Salone Margherita. tato-russo-fotoCon l’innesto di alcune battute prelevate da un ben più moderno repertorio e con qualche poco velata frecciata che partendo dal passato ha colpito il direttore dello Stabile di Napoli,  lo spettacolo ha divertito il pubblico offrendo anche lo spunto per apprezzare, tra i numerosi interpreti, la bella spontaneità recitativa di Clelia Rondinella, Renato De Rienzo, Mario Brancaccio, Salvatore Esposito, Dodo Gagliarde, Letizia Netti, Carmen Pommella, Francesco Ruotolo, Caterina Scalaprice, Massimo Sorrentino, Diletta Bonè ed Antonio Botta. Con le scene di Peppe Zarbo, i costumi di Giusi Giustino e l’aiuto regia di Livio Galassi, tra momenti di malinconica ironia ed un ritmo sostenuto, lo spettacolo ha descritto nell’elegante maniera di Tato Russo, quegli anni a cavallo dell’Ottocento e del primo Novecento che, come disse Mario Stefanile “rappresentarono la stagione più alta e felice della letteratura e dell’arte”. E così mentre in palcoscenico a raccogliere gli applausi della platea ci sono state le immagini di una Napoli eletta come seconda patria del Cafè Chantant,  a fare da contraltare sono intervenuti i tratti di una città sempre più orba del suo ruolo di capitale di un Regno e di quadrivio intellettuale ed economico del mondo europeo. Pensando all’elegante e fastoso  Salone Margherita locale che divenne presto il più importante in Europa dopo il Moulin Rouge e pensando al Teatro Eden ed ai grandi protagonisti del genere come, Anna Fougez, Lidia Johnson, Nicola Maldacea, Bernardo Cantalamessa, Ersilia Sampieri, Fregoli, e Peppino Villani, fino ad arrivare a Gennaro Pasquariello ed Elvira Donnarumma, il  “Gran Cafè Chantant” firmato Tato Russo, ha messo in luce un format drammaturgico capace di porre a confronto il teatro di prosa con la farsa scarpettiana, così come i grandi classici con i modelli della commedia leggera e brillante, basata sull’intrigo e la satira. Fino a giungere allo struggente finale, quando , grazie ad una scena corale divisa tra il canto ed il ballo, sulle note della celebre canzone “Cinematografì-Cinematografà”, si è evocata la dipartita del Cafè Chantant. Lo stesso che chiuse mestamente in una buia soffitta i suoi lustrini e le sue pailettes all’insorgere della prima guerra mondiale e che poi con le sale invase dal cinematografo, la trasformazione della società ed il mutamento dei costumi, giunse al definitivo collasso. Con le musiche di Zeno Craig ed un’orchestrina dal vivo diretta da Gabriella De Carlo, alla prima di “Gran Cafè Chantant”, infine, a colpire particolarmente è stato quel viscerale contatto del pubblico con l’artista insieme al ricordo di una Napoli  ancora nobilissima dalle antiche ed inimitabili espressioni.