Road to the Oscar, il tocco di Hanks, Streep e Spielberg con “The Post”

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The Post, il tocco di Spielberg agli Oscar

72 anni e non sentirli: Steven Spielberg non perde il tocco ed è ormai un maestro del cinema contemporaneo, nonostante i tanti detrattori, a cominciare dallo snob Godard, che lo accusano di essere commerciale da sempre. BastI pensare alla sequenza cruciale nel secondo atto di questo film, cuore degli eventi raccontati, per innamorarsi di “The Post“.

Da un po’ di anni l’Academy non riconosce a Steven Spielberg il giusto merito e il valore dei film più recenti. Battuto per due volte alla regia da Ang Lee in 12 anni, e la seconda volta a torto (Vita di Pi era largamente inferiore a Lincoln), il regista di capolavori come A.I. Intelligenza Artificiale e Lo squalo ora è in corsa tra i migliori film col suo The Post. Non tra i registi però, lui che quell’Oscar lo ha vinto due volte con Salvate il Soldato Ryan e La Lista di Schindler. È in buona compagnia di Clint Eastwood, ignorato dall’Academy dopo tanti successi e nonostante giri ancora bei film, e di Scorsese, Lucas e De Palma, il primo con solo un Oscar tardivo all’attivo e gli altri due che possono confidare nel riconoscimento alla carriera ormai per gli anni a venire.

Road to the Oscar, il tocco di Hanks, Streep e Spielberg con "The Post"The Post è uno di quei film che, sebbene gli argomenti ostici e forse da noi poco noti (lo scandalo sulle omissioni dei vari governi statunitensi in merito all’andamento della guerra in Vietnam), tiene incollato lo spettatore alla poltrona e gli impone una riflessione profonda sui tempi che corrono.

La storia è attualissima e sempre valida, come ha confessato alla telecamere più volte il regista, dato lo stato d’animo e i sentimenti che corrono nell’America di Donald Trump nei confronti della stampa. Si parla sempre più di fake news, che hanno contribuito non poco alla sconfitta di Hillary Clinton nel 2016, e l’atteggiamento del Presidente a suon di tweet e accuse ai mezzi di informazione, critici verso il suo operato, non giova al clima generale.

Che Tempo che fa: Hanks, Spielberg e Meryl Streep ospiti da Fabio FazioThe Post è ambientato durante la presidenza Nixon, poco prima dello scandalo che lo condannerà definitivamente nel bellissimo finale: il Watergate ripreso in tanti film come Tutti gli Uomini del Presidente di Alan Pakula, al cui filone si rifà sicuramente l’ultima fatica di Spielberg. Lo scoop stavolta è un altro, forse ancora più disturbante visto il coinvolgimento di un Presidente come Kennedy, protetto dall’aura del mito e dal sogno infranto a Dallas con i due colpi di pistola. Scopriamo così, e per qualcuno è una conferma, che già JFK, prima di Johnson, si era piegato alle logiche imperialiste americane in Vietnam, omettendo calcoli e coprendo le valutazioni disastrose, come avrebbe fatto un sincero democratico di sinistra in Inghilterra, decenni più tardi, col sodale repubblicano Bush. Quel Tony Blair che parlò spesso in occasione della guerra in Iraq di imperialismo democratico non a caso.

Sapevano che questa era una guerra che non potevamo vincere, eppure hanno continuato a inviare truppe e a nascondere informazioni e previsioni” è ciò che ripete Tom Hanks, caporedattore del Washington Post, all’editore Meryl Streep (21esima nomination ed ennesima performance maiuscola). Nel manifesto del film, in cui le scale ricordano vagamente le righe di un quotidiano, lui la invita a salire, a percorrere una nuova via, ad avere coraggio. Una donna forte e determinata, messa a dura prova dalle responsabilità editoriali e dall’amore allo stesso tempo per la verità e per l’impresa ereditata. Lo vediamo nel magnifico montaggio alternato, vero tocco da maestro che vale l’ingresso al cinema, in cui la tensione cresce tra carrellate, riprese dall’alto in movimento e dettagli sulle bobine e sui caratteri mobili. Tutto è sospeso, in bilico tra la decisione finale di pubblicare il contenuto dei Pentagon Papers e le tipografie in azione, pronte a stampare.

La scelta non sarà priva di conseguenze in tribunale e verrà presa di petto come solo il Quarto Potere sa fare negli Stati Uniti: guardiano e mai servo di amministrazioni e presidenti. E l’Alta Corte nel terzo atto del film raggiunge il climax liberatorio, vera catarsi conclusiva al pari dell’abolizione della schiavitù in Lincoln, esprimendosi proprio con questo principio che farà scuola tra le redazioni a stelle e strisce. E non senza gli immancabili borbottii dietro le finestre dello studio ovale alla Casa Bianca, con Nixon furioso al pari di un Trump coinvolto nel Russiagate, ripreso sempre di spalle, tra sagace ironia ed efficace parodia.

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