Referendum 4 dicembre: perchè si vota e su cosa si vota

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Domenica 4 dicembre si voterà per il referendum costituzionale. Proveremo nella maniera più comprensibile possibile, a spiegare perché si vota e su cosa si vota, e cercheremo  di attenerci a fatti, dati e mai ad opinioni.

di Gianmarco Giugliano – Queste materie, per chi non ha avuto la possibilità o la fortuna di averle studiate su testi di giurisprudenza, o per chi non ha molto tempo per approfondire gli argomenti,  sono difficili da “digerire” senza, soprattutto, una conoscenza di base della Costituzione, delle procedure parlamentari e delle dinamiche legislative.

Partiamo dal quesito del referendum:

«Approvate il testo della legge costituzionale concernente “disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del Cnel e la revisione del Titolo V della parte II della Costituzione”, approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta ufficiale n. 88 del 15 aprile 2016?».

Tengo a precisare che questo referendum, a differenza dei molti votati negli ultimi anni, non è un referendum abrogativo e, pertanto, non ha bisogno del quorum ovvero del 50% più uno degli aventi diritto al voto.

Questo referendum, come prevede la Costituzione (La Costituzione è la legge fondamentale dello Stato, in quanto rappresenta la base della convivenza civile. Nella Costituzione vengono fissati i principi ed i fini che lo Stato si pone e vengono regolati i rapporti con e fra i cittadini) è necessario proprio in quanto prevede delle modifiche alla Costituzione stessa  (art.138) essendo state approvate dalle due Camere (Camera dei deputati e Senato) ma senza la maggioranza dei due terzi.

Fatta questa premessa, il referendum  chiede di pronunciarvi su quattro quesiti:

  1. Abolizione del bicameralismo paritario
  2. Riduzione del numero dei parlamentari (e la conseguente riduzione dei costi per il funzionamento delle istituzioni)
  3. Soppressione del Cnel
  4. Revisione del titolo V riguardante il riordino delle competenze tra Stato e Regioni.

Partiamo dal primo punto:

ABOLIZIONE DEL BICAMERALISMO PARITARIO

Il bicameralismo perfetto o paritario è una forma di bicameralismo che assegna identici poteri ad ambedue le Camere che formano il Parlamento. In poche parole, qualsiasi legge, per essere approvata, in Italia, ha bisogno della maggioranza dei voti sia alla Camera dei Deputati sia al Senato. I parlamentari sono in totale 945 (630 alla Camera e 315 al Senato).

Questa forma parlamentare fu pensata tra il 1946 ed il 1948 dai “padri costituenti” (persone di altissimo profilo che furono chiamate a scriverla) ed approvata dal Parlamento appunto nel 1948.

La forma del bicameralismo fu una delle decisioni più sofferte: si usciva dal periodo fascista ed i “rigurgiti” di una dittatura dovevano essere tenuti a freno. De Gasperi (democristiano) era a favore del bicameralismo; le sinistre (comunisti, socialisti) erano per il monocameralismo. Dossetti (tra le figure di spicco dei Padri Costituenti) riteneva che il bicameralismo rappresentava una forma di garanzia eccessiva: un accordo per una Camera delle Regioni era bloccata da quella che lui stesso definì, “la paura dell’altro”.

Da questa premessa storica si evince, quindi, che la scelta del bicameralismo fu solo un compromesso per venire incontro alle paure di un rigurgito fascista.

Dati alla mano il “bicameralismo perfetto” italiano è un unicum nel mondo ed il suo superamento (previsto nei programmi politici di quasi tutti i partiti da oltre mezzo secolo) permetterebbe una dialettica più efficace tra maggioranza ed opposizione, come dimostra l’esperienza delle democrazie moderne più avanzate (Francia, Inghilterra, Spagna, Germania).

L’idea di riforma (che andremo a votare col referendum) è stata votata in Parlamento dopo due anni di discussioni e 173 sedute. Essa prevede una sorta di monocameralismo temperato (cit. Sabino Cassese) nel quale Camera e Senato avranno poteri diversi: la Camera voterà la fiducia al Governo e le leggi ordinarie mentre il Senato rappresenterà le istituzioni territoriali (come già accade in Germania e Spagna dove, tra l’altro il Senato non è eletto dal popolo così come vuole anche la riforma proposta in Italia).

Il nuovo Senato farà da cerniera tra le autonomie locali (Regioni), lo Stato e la Unione Europea in modo da riuscire a gestire meglio, ad esempio, i fondi europei utilizzati spesso malissimo.

La doppia approvazione delle leggi di Camera e Senato, rimarrà, però, in alcuni casi (le leggi di revisione costituzionale, la tutela delle minoranze linguistiche, i referendum popolari, la legislazione elettorale e le funzioni fondamentali di Comuni e città metropolitane).

Detto questo, porto alcuni dati:

il tempo medio di approvazione di una legge in Italia è 247 giorni (180 per una legge di iniziativa governativa come i decreti legge e 504 per una legge di iniziativa parlamentare). In Spagna (prendo questa nazione ad esempio in quanto vige un sistema parlamentare con bicameralismo non paritario) la media è di 189 (191 per quelle di iniziativa governativa e 150 per quelle di iniziativa parlamentare). Ciò dimostra che il “rimpallo” delle leggi tra Camera e Senato allunga notevolmente l’iter legislativo motivo per cui si vorrebbe abolire il bicameralismo perfetto. Alcuni esempi di leggi di iniziativa parlamentare:  la legge del reato di frode nel processo penale (1195 giorni) ; introduzione del reato di omicidio stradale (986 giorni); legge sull’assistenza in favore delle persone con disabilità (1162 giorni): tempi assurdi se si pensa all’importanza delle problematiche trattate.

Nel caso dei decreti legge, invece, è il governo (non il Parlamento) a confezionare le leggi mentre il Parlamento li ratifica entro 60 giorni. Questa “prassi” è diventata ormai consuetudine parlamentare ma, la Costituzione la prevede solo in casi straordinari. La riforma referendaria cerca di favorire, con l’abbassamento dei giorni previsti per l’iter parlamentare, un ritorno nei confini della Costituzione risolvendo questa distorsione del sistema italiano.

Se la riforma su cui votiamo migliori o meno queste condizioni, è un giudizio da dare con attenzione provando a capire come funziona negli altri Paesi e come potrebbe funzionare da noi.

RIDUZIONE DEL NUMERO DEI PARLAMENTARI E CONSEGUENTE RIDUZIONE DEI COSTI PER IL FUNZIONAMENTO DELLE ISTITUZIONI

Mentre l’abolizione del bicameralismo paritario risponde all’esigenza di ammodernare lo Stato, la riduzione del numero dei Parlamentari e l’abolizione del Cnel rispondono all’esigenza (e da una richiesta diffusissima) di ridurre i costi della politica.

Il numero dei senatori passerà da 315  a 100  (74 consiglieri regionali, 21 sindaci e 5 nominati dal Presidente della Repubblica). Facile, a questo punto, intuire il risparmio per le casse dello Stato. Bisogna inoltre dire che i 100 senatori non prenderanno nessun compenso per questo incarico ma manterranno il loro stipendio da consigliere regionale o sindaco.

Il dibattito tra i sostenitori del SI e quelli del NO si è acceso principalmente su due punti: l’immunità parlamentare che verrà concessa ai 100 senatori e la non eleggibilità dei senatori con elezioni.

Ovviamente si può discutere su entrambi i casi e, semmai, preferire un Senato eleggibile e togliere l’immunità ai nuovi senatori. Questo dibattito, però, non deve distogliere l’attenzione dal “fine” principale della riforma ovvero la riduzione del numero dei parlamentari ed il contenimento dei costi per il funzionamento delle istituzioni.

Con la Costituzione di oggi, l’immunità esiste per 315 senatori; dopo la riforma, se passa il SI, l’immunità sarà per 100 senatori.

Per quanto riguarda l’eleggibilità, la nomina dei 74 consiglieri regionali dipenderà da una successiva legge parlamentare che ne deciderà le modalità. Probabilmente al momento dell’elezione del consiglio regionali, ai cittadini sarà data la possibilità di esprimersi anche sul senatore rappresentante della Regione. Almeno questa sembra la tendenza maggioritaria. I 21 sindaci, ovviamente, sono già eletti dai cittadini.

Alcuni dati (fonte il Sole 24 ore): il Parlamento italiano tra Camera e Senato ha ben 945 parlamentari. In termini assoluti, in Europa, l’Italia è seconda solo al Regno unito che conta 1431 parlamentari. Poi troviamo: Francia (925) Germania (700) Spagna (616).

Se parliamo di numero di parlamentari ogni 100.000 abitanti, abbiamo questi dati: Regno Unito (2,2 rappresentanti ogni 100.000 abitanti); Italia (1,6) Francia (1,4) Spagna (1,3) Germania (0.9).

Ad ogni cittadino italiano (fonte la Stampa), il Parlamento costa tre volte di più che in Francia (27,15 euro rispetto a 8,11 euro), quasi sette volte più che in Inghilterra (4,18 euro) e dieci volte più che in Spagna (2,14 euro pro capite). Ovvio, in questo caso, che i costi non dipendono solo dal numero dei parlamentari ma dalle spese per assistenti di cui ogni parlamentare dispone e di cui in Italia se ne fa larghissimo abuso.

A voi le conclusione se sia conveniente votare SI per la diminuzione del numero dei senatori e delle spese parlamentari oppure NO lasciando tutto così come è.

SOPPRESSIONE DEL CNEL

Il Cnel è un organo di consulenza del nostro Governo ed è anche chiamato per dare il suo parere su iniziative di leggi. Questo organo, previsto dall’art. 99 della Costituzione, è nato nel 1957 e le sue funzioni regolamentate nel 1986. I suoi compiti sono essenzialmente di natura economica e sociale: pareri in merito a nuove leggi tributarie, costituzionali e di bilancio. È costituito da 64 consiglieri.

Le funzioni del Cnel, oggi, sono diventate molto di meno: negli ultimi 50 anni ci sono state solo 14 proposte di legge: troppo poche per giustificare la sua esistenza. Con la sua abolizione lo Sato risparmierebbe circa 9 milioni di euro l’anno.

Con il SI si abolisce il Cnel, con il NO resta tutto come prima.

  1. REVISIONE DEL TITOLO V RIGUARDANTE IL RIORDINO DELLE COMPETENZE TRA STATO E REGIONI.

Il titolo V della Costituzione regola i rapporti tra Stato e Regioni ovvero specifica in quali materie possono legiferare le Regioni ed in quali lo Stato.

Questo titolo era stato già modificato nel 2001 dalla cosiddette “riforma federalista” e la sua revisione nasce dalla constatazione del fallimento delle modifiche precedentemente introdotte.

In particolare (dati alla mano) si è registrato: un notevole aumento dei costi (ad esempio la spesa sanitaria è passata da 75 miliardi di euro del 2001 agli oltre 110 miliardi attuali); un conseguente aumento della pressione fiscale per coprire i disavanzi; un aumento della burocrazia (con la moltiplicazione di strutture, permessi e procedure diverse da Regione a Regione); un aumento impressionante dei conflitti di attribuzione tra Stato e Regioni di fronte alla Corte Costituzionale dovuti principalmente alla cosiddetta “competenza concorrente” per la quale lo Stato fissa i principi generali ma le Regioni legiferano nel dettaglio. Non essendo chiari i confini delle rispettive competenze, si sono aperti conflitti tra Stato e Regioni che non solo hanno impegnato la Corte Costituzionale per la loro risoluzione ma, soprattutto, hanno comportato tempi lunghissimi nella soluzione di problemi locali. Esattamente, sempre per parlare di dati, mentre nel 2000 i casi di conflitto tra Stato e Regioni coprivano il 5% del lavoro della Corte, oggi i conflitti pesano il 45% del lavoro: un dato impressionante!

Per rimediare a tutto questo, la Riforma prevede il “ritorno” allo Stato di competenze precedentemente devolute alle Regioni, evitando, così, conflitti di attribuzione e lungaggini burocratiche.

Altra importante clausola introdotta nella Riforma è la “clausola di supremazia” dello Stato sulle Regioni che consente allo Stato di intervenire con proprie leggi anche nelle materie di competenza regionale “quando lo richieda l’interesse nazionale”. Questa clausola, molto controversa, se da un alto potrebbe favorire il principio di uguaglianza tra i cittadini, dall’altro potrebbe ledere in maniera pesante l’autonomia degli enti locali.

Il nuovo articolo 116, inoltre, prevede –con la votazione di entrambe le Camere- la concessione per le Regioni “virtuose” (ovvero con equilibrio nel bilancio tra entrate e spese) di particolari condizioni di autonomia in alcune materie attribuite normalmente competenza statale.

Con il SI avremmo una contro-riforma del 2001, con il NO si lascia tutto come è adesso.

Conclusioni

Gli elettori saranno chiamati ad un giudizio sintetico e globale sulla riforma: questo giudizio complessivo non dovrà valutare i singoli dettagli ma la capacità della riforma di ridurre i problemi esistenti.

Volutamente non ho riportato le ragioni del SI e del NO in quanto essendo opinioni e per quanto rispettabilissime, non negheranno mai la ragionevolezza della tesi opposta. Facile, comunque, su Internet ritrovare le diverse opinioni.

Con la speranza di essere stati di aiuto, vi invitiamo ad andare a votare il 4 Dicembre ed a esprimere liberamente la vostra opinione.