Rassegna #Svergognati un atto d’amore: la violenza contro le donne non è un fenomeno. E’ un fatto. Di tutti.

0
1153

di Maria Sordino e Antonella Amato – Nell’ambito della consueta manifestazione organizzata dalla Città di Napoli, in occasione delle celebrazioni per il 25 novembre, Giornata Internazionale contro la Violenza sulle Donne, il Comune di Napoli e l’ Assessorato alla Qualità della Vita e alle Pari Opportunità hanno lanciato la rassegna #svergognati un atto d’amore: la violenza contro le donne non è un fenomeno. È un fatto. Di tutti.

La rassegna, ideata e promossa dall’Assessorato alle Pari Opportunità in collaborazione con gli Assessorati all’Istruzione, al Welfare, ai Giovani e alla Cultura, le 10 Municipalità e gli organismi di parità, si articolerà in più giorni e in più luoghi e sarà finalizzata alla sensibilizzazione e condivisione di una narrazione sana e libera della figura femminile nella società contemporanea.

Un invito al rafforzamento di un necessario processo di auto-consapevolezza e responsabilizzazione umana – individuale e collettiva – in tema di tutela dei diritti umani, civili, politici, sociali, culturali, economici, sanitari, ambientali, sessuali e riproduttivi delle donne.

Ad oggi sono 93 le donne vittime di uomini “malati” d’amore, dall’inizio dell’anno.

“E’ stato un incidente. Io amavo Stefania. La pistola che avevo, l’ho rubata dal garage di mio suocero e anche le munizioni che mi hanno trovato in tasca: avevo paura, lui ha provato a uccidermi!”

Amore, disgrazia accidentale e paura: è questa la linea difensiva di Carmine D’Aponte durante l’interrogatorio di convalida del fermo nel  carcere, a Poggioreale, dopo la morte, mercoledì mattina, in via Plutone a Sant’Antimo, di sua moglie, uccisa da un colpo di pistola a distanza ravvicinata, mentre i due erano soli in auto.

E Stefania Formicola, la sua vittima, scriveva queste drammatiche parole, in una lettera indirizzata alla madre e al padre, poco prima di essere uccisa:

“Prima ero una persona forte e coraggiosa, invece adesso sono fragile e sottile proprio come questi fogli”.

Il secondo episodio è avvenuto in provincia di Pisa, a Montecerboli, una frazione di Pomarance, in Valdicecina. L’ha uccisa con diverse coltellate e con un colpo profondo alla gola, nella casa della novantenne che lei accudiva. L’ha uccisa mentre in casa c’era anche uno dei loro figli, un bambino di sette anni che si è chiuso in un mutismo assoluto. Poi, con lo stesso coltello, l’uomo si è tolto la vita: non poteva sopportare la fine del loro matrimonio e l’intenzione di lei di separarsi.

Le vittime sono due cittadini romeni. La donna si chiamava Nona Movila, aveva 42 anni e faceva la badante. La coppia aveva altri quattro figli.

LA STORIA: “SCARPE ROSSE” – Era il 27 luglio del 2012 quando Elina Chauvet le utilizzò per la prima volta in un’installazione artistica pubblica davanti al consolato messicano di El Paso, in Texas, per ricordare le centinaia di donne uccise nella città messicana di Juarez. L’artista ha vissuto a Ciudad Juárez  in Messico, negli anni della formazione universitaria, in architettura, ed è stato allora che ha potuto constatare il fenomeno della sparizione delle giovani donne – diverse inchieste le indicano principalmente di età compresa tra i quindici e i venticinque anni – e del ritrovamento dei loro corpi senza vita nel deserto. Tutte vittime di uno stesso trattamento, come se l’azione criminale fosse commessa da un serial killer: rapite, stuprate, orrendamente mutilate e uccise per strangolamento. Allo stesso tempo Elina ha notato come la città e le autorità minimizzassero il problema. Dietro quei nomi si celano studentesse e molte lavoratrici delle Maquiladoras, fabbriche che impiegano manodopera a bassissimo costo (questa è la zona franca più grande del Messico, dunque vi sono molte fabbriche). Così l’artista ha deciso di rompere attraverso il suo lavoro l’omertà e il silenzio che avvolge questa situazione. Nel 2009 Elina ha dunque raccolto, tra conoscenti, trentatré paia di scarpe e le ha installate nello spazio urbano di Juárez. Dopo il primo Zapatos Rojos, ha atteso due anni per rifarlo, ma questa volta a Mazatlan, nello stato di Sinaloa, e di scarpe, grazie al passaparola generato dall’installazione a Juárez, ne sono state donate trecento. Da quel giorno le scarpette rosse, dello stesso colore del sangue versato da tantissime donne in tutto il mondo, sono diventate il simbolo della Giornata Internazionale contro la violenza sulle donne.

Da allora, nella giornata del 25 novembre, indossare un paio di scarpe rosse vuol simboleggiare la nostra adesione ad una lotta che ci deve vedere tutte unite, per dire basta ad ogni tipo di violenza e, se si pensa che in Italia ogni tre giorni una donna viene uccisa da un uomo che la conosceva bene e che diceva di amarla, scopriamo che anche da noi, purtroppo, c’è ancora molto da fare.