mercoledì, Dicembre 1, 2021

Occhi gettati, il disegno melodico e drammaturgico di Moscato 34 anni dopo

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Giuseppe Giorgio
Caporedattore, giornalista professionista, cura la pagina degli spettacoli e di enogastronomia

L’opera di Enzo Moscato “Occhi Gettati”, oggi sottotitolata “Un dé-coupage, 34 anni dopo”, presentata al San Ferdinando con Benedetto Casillo.

Un poeta che chiede ispirazione alla musa e che attraverso una creazione musicale polifonica, dei testi policromi e un’indagine semantica, prova a rielaborare, dopo oltre 30 anni, la sua antica teoria del linguaggio.

Così si potrebbe sintetizzare l’opera di Enzo Moscato al cospetto della nuova versione di “Occhi Gettati”, oggi sottotitolata “Un dé-coupage, 34 anni dopo”, presentata al teatro San Ferdinando. Un canto corale, quello del drammaturgo, regista e attore che, nello storicizzato spazio appartenuto a Eduardo De Filippo, insieme alla sua compagnia ha dato corpo e anima a una riscrittura viva e palpitante.

A una raffigurazione scenica in cui a essere ancora una volta protagonista è stata la città di Napoli con le sue storie, i suoi momenti creativi e le sue sonorità. Partendo da quella originaria scrittura del 1986 definita dallo stesso autore canonica e ortodossa, Moscato ha riproposto senza pensare al remake (ma riformulando il tutto in maniera diversa) alcuni dei suoi piu significativi racconti come ” ‘E Facce ‘e San Gennaro” ( ovvero ciò che non Lilith, non nacque dalla costola di Adamo), “Also Sprach Zezzeniello” (Memorie di un partigiano) “Palummiello” e “’ Masterascio”. Occhi gettati, il disegno melodico e drammaturgico di Moscato 34 anni dopo

Confermando la sua vocazione per le nuove idee, Moscato, grazie all’applicazione di un linguaggio capace di agire in profondità, ha portato in scena uno spettacolo fatto di voci che si uniscono fino a raggiungere un’unica armonia. E ciò nel segno di una lingua che non può essere diversa da quella napoletana.

Nel solco degli entusiasmi giovanili e utilizzando attori dalle diverse estrazioni, la rappresentazione, inoltre, ha potuto contare su di un gigante della scena come Benedetto Casillo. Un attore capace di volare leggero tra il comico e il dramma e in grado di dimostrare la poliedricità e la duttilità dell’artista di razza insieme alle capacità di chi fa della recitazione un momento di sublimazione interiore.

E a completare la compagnia insieme allo stesso Moscato narratore, sono intervenuti anche i bravi Giuseppe Affinito, Salvatore Chiantone, Tonia Filomena, Amelia Longobardi, Anita Mosca, Emilio Massa, e Antonio Polito, tutti intenti a offrire al pubblico una fantasmagorica e multiforme dimensione fatta di inimmaginabili figure. Per gli spettatori, come in un luogo sacro, a prendere corpo è stata la celebrazione di un rito inteso come sacrificio propiziatorio nel nome di una terra ferita e tribolata.

Pronto per ricevere dall’Associazione Nazionale Critici di Teatro il Premio Anct/Poesio alla carriera, Moscato ha posto dinanzi alla platea di uno dei più emblematici teatri napoletani le immagini di una città ancora costretta a nascondere le lacrime dietro le risate e a vivere di tragicità quotidiana e di violenza, andando sempre oltre i limiti del lecito e del consentito.

Prodotta da Teatro di Napoli-Teatro Nazionale, Compagnia Teatrale Enzo Moscato / Casa del Contemporaneo, con le scene e i costumi di Tata Barbalato e la selezione musicale di Dimomos, il nuovo adattamento della messinscena (sopraggiunto secondo la spiegazione dello stesso Moscato come la “Guernica”  di Pablo Picasso, un quadro dall’ispirazione improvvisa e dell’ultimo minuto arrivata dopo il bombardamento di Guernica) ha fatto ardere in palcoscenico una sorta di falò all’interno del quale a bruciare come immolata al sacrificio c’è stata tutta la tradizione del teatro napoletano.

“Carne e sangue” della sua Napoli, Enzo Moscato, tra le note della compositrice greca Eleni Karaindrou e le canzoni “Angelina” di Louis Prima e “Prospettiva Nevsky” di Franco Battiato, si è aggirato lieve tra il vecchio testamento e le citazioni extra bibliche seguendo sempre una visione sospesa tra l’analisi del potere della poesia e gli aspetti sociologici e culturali di una terra magica e travagliata al tempo stesso.

Tra amori viscerali, carnali e persino mortali, lo spettacolo “Occhi Gettati”, con i suoi protagonisti che sembrano percorrere una dolorosa Via Crucis, ha portato in scena tra canti e invocazioni i pesanti riverberi di chi cela un devastante martirio interiore. Perfetto quadro sospeso tra il bene e il male e la vita e la morte, il lavoro ha posto i suoi personaggi pervasi dal fuoco della purificazione al centro di una vicenda struggente e stregata.

Grazie agli accesi e introspettivi cori e alle personali prove dei singoli attori, lo spettacolo ha rappresentato il dramma di una società sofferente e contorta. In un clima violento e grondante di pietà umana, gli artefici di “Occhi Gettati” hanno dato forma a un bozzetto esistenziale ambiguo e doloroso, scagliando al di là del tempo una scheggia impazzita di vita apparentemente visionaria, ma terribilmente cocente e reale.

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