Napoli, una città double-face tra le mete TOP 10 dei turisti

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di Maria Sordino – Finita l’estate, si tirano le somme. Napoli entra, per la prima volta, nella top 10 delle mete più ricercate dagli Italiani. E’ quanto emerge dallo studio dell’Osservatorio Trivago, che ha analizzato le ricerche degli utenti italiani, per il periodo a cavallo del Ferragosto, verso le mete della nostra Penisola. Il podio è esattamente quello dello scorso anno, con Rimini regina incontrastata, seguita da Roma e da Riccione. All’ottavo posto la new entry è Napoli. Subito dopo c’è Sorrento al nono. Sicuramente un risultato importante, per una città in cerca di riscatto.

Ma qual’è il suo segreto?

Una città double face – Oltre alle meraviglie che attirano i turisti ‘in superficie’, al di sotto dei sampietrini delle strade del centro di Napoli, esiste una città sotterranea speculare dal fascino inconfondibile: Neapolis, città nuova, localizzata nel quartiere Pendino, le cui mura seguono il tracciato di via Foria a nord, di via Costantinopoli a ovest, della strada attigua a Castel Capuano a est e del mare verso sud.

Furono i coloni greci a crearla, con l’estrazione del materiale tufaceo, necessario alla costruzione dei blocchi per le mura e per i templi della loro città nuova, oltreché per creare una serie di ipogei funerari. Le cavità furono sfruttate, successivamente, anche come acquedotto, sempre dai greci, che misero in correlazione le cisterne attraverso una rete di cunicoli, che prelevavano l’acqua da una sorgente alle falde del monte Somma, nel paese di Volla.

Successivamente, i romani, in età augustea ampliarono la rete di circa 400 Km con cunicoli e cisterne sotterranee che, dalla sorgente del Serino, sul monte Terminio, distribuiva l’acqua in tre diramazioni principali: la prima verso Pompei, Ercolano, la seconda fino a Casalnuovo, Acerra e la terza arrivava a Bacoli, per riempire la Piscina Mirabilis.

Nel 1885 il Regno d’Italia decretò la chiusura dell’acquedotto, poiché l’epidemia di colera ne aveva inquinato le acque, essendo il tufo un materiale permeabile, che aveva consentito il trapasso dei liquami infetti nella rete idrica. Da quell’anno l’acquedotto divenne una discarica abusiva.

Nel 1942, durante la II Guerra Mondiale, Napoli necessitava di ricoveri antiaerei e il Genio Civile decise di riaprire le cavità apportando alcune modifiche: costruirono scale per l’accesso al sottosuolo, visto che fino ad allora era stato possibile arrivarci solo attraverso i pozzi.

Ancora oggi, scendendo nelle cavità, è possibile ammirare le vecchie cisterne e immaginare quei luoghi come rifugio sicuro per i nostri nonni e bisnonni. Sulle mura sono graffite pagine di storia, con nomi di personalità dell’epoca, date, informazioni.

UNA LEGGENDA METROPOLITANA: il munaciello.

Ogni abitazione a Napoli poteva attingere acqua dalla cisterna sottostante, attraverso un pozzo al quale avevano accesso i pozzari, uomini che si muovevano con destrezza camminando lungo stretti cunicoli e arrampicandosi su per i pozzi, grazie a fori praticati a distanze regolari lungo il percorso e che avevano il compito di curarne la pulizia. Quando non venivano pagati, si vendicavano, facendo dispetti agli abitanti della casa.

Nacque così la leggenda del munaciello, spirito benevolo o maligno che usava le vie sotterranee per sparire o apparire sotto un mantello da lavoro, che somigliava a quello di un monaco. La tradizione narra che verso il 1445, Catarinella Frezza, figlia di un ricco mercante, si innamorò del giovane Stefano Mariconda. L’amore fu contrastato dal padre di lei, tanto che un giorno il ragazzo fu trovato morto nel luogo dove era solito incontrare Catarinella. La  fanciulla, per il dolore, si ritirò in convento, dove diede alla luce un bambino deforme. Le suore, per nascondere le deformità del piccolo, gli cucirono vestiti monacali, per cui il popolo cominciò a chiamarlo munaciello.