venerdì, Settembre 30, 2022

Le statue di Tartaglia e la loro beckettiana attesa

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Giuseppe Giorgio
Giuseppe Giorgio
Caporedattore, giornalista professionista, cura la pagina degli spettacoli e di enogastronomia

Le “Statue Unite” dell’autore, attore e regista, Eduardo Tartaglia sono tornate in scena al Teatro Troisi. 

Sospese e immobili in una dimensione avulsa dal tempo, le “Statue Unite” dell’autore, attore e regista, Eduardo Tartaglia sono tornate in scena al Teatro Troisi. Proprio come due personaggi di eduardiana memoria, la coppia di protagonisti formata dalla “anima irrequieta” di Adelaide impersonata da Veronica Mazza e dalla “anima in pena” interpretata dallo stesso Tartaglia, è nuovamente salita in palcoscenico sette anni dopo il debutto del 2014 al Festival Benevento Città Spettacolo.

Due anime spesso inafferrabili quelle immaginate dall’autore Tartaglia. Due anime proiettate nella desolazione di una “Toledo di Notte” ben lontana da quella portata in scena da Viviani e da quella descritta dai visitatori del Grand Tour.

Una via Toledo diventata mesta e solitaria che, accogliendo i due artisti di strada in tunica arancione (con l’uomo seduto a terra intento a tenere magicamente la donna sospesa nel vuoto), osserva silenziosa i loro disperati tentativi di fare i conti con le travagliate esistenze.

E così, con i rimandi dell’autore a Stendhal, a Gogol e a Keats, lo spettacolo si trasforma in una sorta di filosofico dialogo capace di proiettare in passerella i più svariati problemi della nostra società. Fermi nel tempo, quasi come in beckettiana attesa di qualcosa che intervenga a cambiare il mondo, Raffaele e Adelaide, tingono di velato umorismo il dramma del tempo e dell’esistenza umana.

O meglio, della vana attesa di un gesto in grado di condurre alla salvezza che potrebbe non arrivare mai. Ed è evidente dalle loro battute, che in Raffaele e Adelaide, non c’è neanche posto per la ribellione, chiaramente sovrastata dalla delusione e dall’atavica apatia di chi non vuole, o non può, cambiare il proprio destino.

Aspettando la chiusura di un vicino teatro e l’uscita del pubblico, mentre passano in rassegna le negatività di un’umanità allo sbando, le due “Statue Unite” diventano persino la metafora di un mondo sofferente come quello dell’arte e dello spettacolo. Un successo collaudato grazie alla bella interpretazione dello stesso autore e di Veronica Mazza, inappuntabile anche nella tradizionale virata finale sul monologo drammatico, tipico della drammaturgia firmata Tartaglia.

Comico e amaro, lo spettacolo ha ancora una volta messo in luce le prerogative di un commediografo moderno e antico al tempo stesso, sia pure collocabile in quella Nuova Drammaturgia Napoletana, spesso attratto dal genere dell’assurdo.

Tant’è che, ricordando la critica di Vivian Mercier rivolta a Beckett, si potrebbe dire che Tartaglia con “Statue Unite”, «ha realizzato un’opera in cui non succede nulla, ma che tiene incollati gli spettatori ai loro posti».

Con un atteggiamento passivo nei confronti di qualsivoglia soluzione innovatrice, fino a giungere al tragico pianto finale, Raffaele al cospetto della più reazionaria Adelaide si identifica nella vittima designata di un immobilismo artistico-culturale. In un essere soggiogato da una paralisi psicologica persino vicina a quella scatenata dalla chiusura forzata degli spazi dedicati all’arte.

E a nulla serve l’irruzione in scena (e qui torna in ballo Viviani e la sua Toledo di Notte), di una sorta di “Brigadiere Brighella” interpretato da un veterano come Franco Pinelli, il quale, indossati i più moderni panni di un comandante dei vigili urbani intento ad approfittare della divisa, pone drammaticamente il povero Raffaele dinanzi alla più triste e desolante delle verità.

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