24-10-20 | 03:10

Le mani aperte al Cortese con Ariota per uno scontro senza tempo tra eros e anima

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Giuseppe Giorgio
Caporedattore, giornalista professionista, cura la pagina degli spettacoli e di enogastronomia

Torna in scena con successo, dopo circa vent’anni dal primo debutto, per  la rassegna “Tradimenti”, l’introspettivo testo di Roberto Russo.

Lasciando tornare in scena, in occasione dell’inaugurazione del mini cartellone “Tradimenti” a lui dedicato, l’atto unico “Le mani aperte”, il commediografo, Roberto Russo offre all’attore Stefano Ariota (nelle foto di Giulio Pollica) e al regista Luigi Russo, la possibilità di ripresentare al Teatro Cortese, a vent’anni circa dal primo debutto, una storia psicologicamente spericolata.Le mani aperte al Cortese con Ariota per uno scontro senza tempo tra eros e anima

Una storia capace di nascondere dietro un’apparente innocua narrazione, il dramma esistenziale di un essere spaccato tra corpo e anima. Un racconto, quello del protagonista del monologo, Paolo Roccia, che mantenendosi in perfetto equilibrio tra passato e presente, porta tra il pubblico il suo “tradimento” interiore insieme alla tragedia di un irreversibile mutismo dell’anima.

Gettando un fascio di luce sui meandri più nascosti dell’esistenza umana e scandagliando la psiche di soggetti votati a una sopravvivenza fatta di desideri repressi e infelicità, il testo di Russo pone al cospetto del pubblico, una sorta di deposizione esistenziale. O meglio, un atto unico dove la carica emotiva creata dal protagonista, si trasforma nell’elemento cardine di un gioco perverso teso a rendere ancora più insostenibili i conflitti interni alla mente.Le mani aperte al Cortese con Ariota per uno scontro senza tempo tra eros e anima

Basata sulla vicenda di un uomo di mezza età che dopo molti anni ritorna nella casa dei genitori, una villetta immersa nella campagna di un Vomero ancora incontaminato e libero dal cemento, la messinscena, grazie anche all’efficace e introspettiva interpretazione di Ariota e alle linee guida di una regia in grado di guardare dentro al protagonista e al suo universo, fotografa il desiderio di recuperare un passato smarrito e di dare una ragione di essere al presente.

Un gioco per il personaggio Roccia, fatto di flash back, di ricordi familiari, di memorie ancora dolorose riemerse insieme alle sbiadite immagini dei genitori e delle sorelle. Un dialogare con se stesso a cavallo del tempo scandito, ora dalle canzoni della Piaf e dell’Italia fascista, ora dai ritmi ballabili anni Sessanta dell’Italia del miracolo economico.

Un massacro dell’anima, fatto di sessualità sacrificate sull’altare di una vita insalvabile. Diretto da Luigi Russo, il lavoro che beneficia pure delle musiche eseguite in scena dal pianista Ernesto Colicino, intriga soprattutto per il suo alto contenuto di suggestioni e per il suo essere animato da una sottile ed amara ironia.

Perfetto quadro di un dramma diviso tra l’ umanità e l’egoismo, il desiderio carnale e le apparenze, la vita e la morte interiore, “Le mani aperte”, illuminando l’ oscurità di una esistenza dalle inconfessabili verità, evidenzia la desolazione di un essere incapace di liberarsi da quella terribile trappola di una vita tradita.

Come in un martirio, partendo dal suo disperato bisogno d’amore e da un emblematico passato, il personaggio di Roccia si riflette nelle schegge di uno specchio in frantumi subendo, tra scarpe da donna nascoste e le reminiscenze infantili dell’organo genitale femminile, la pena di un’esistenza da dropout.

Proiettata in un quadro di vita, criptico e beffardo, la creatura nata dalla penna di Roberto Russo, tra il dubbio di un’occulta personalità e la bramosia di sfuggevoli e ambigui comportamenti, cerca di raggiungere una redenzione interiore rimanendo, al tempo stesso, più che fragile dinanzi a un vissuto difficile da esorcizzare. Dinanzi a un passato che si contrappone inesorabilmente a una vita sinonimo di intima liberazione.

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