Incomunicabilità tra genitori e figli. Una madre racconta la sua tragica esperienza

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L’incomunicabilità tra genitori e figli oggi è una costante. Ragazzi che vivono esperienze e la propria adolescenza senza confrontarsi con gli adulti che nel frattempo sono presi dai loro problemi. C’è un mestiere che nessuno ti insegna a fare. Non esistono libri, trattati che possono spiegarti come comportarti, come essere un buon genitore. Poi un giorno accade qualcosa che ti sconvolge la vita e ti obbliga a fare i conti con te stessa.

Ci sono dolori che ti lacerano l’anima, che ti distruggono, che ti annientano ma sei impotente davanti a loro. Li subisci e tenti con tutte le tue forze di andare avanti, di arrancare, di giungere alla riva per risalire e far risalire anche tuo figlio o tua figlia, che è l’essenza della tua vita. Per una madre un figlio è questo: è la sua stessa vita.

UNA MADRE RACCONTA – Come un giovane ramo che spezzato dal vento cade in un fiume e tenta di accostare, così pensavo di lui e della sua esistenza sbandata. Era precipitato in una voragine della quale non mi ero accorta e di questo, m’incolpavo. Così mi sentivo doppiamente responsabile e pensavo di essere un completo disastro come genitore.

Già da bambino Giorgio era un tipo chiuso, introverso, silenzioso, ma questo suo atteggiamento si accentuò alla morte del padre, avvenuta quando aveva circa undici anni. Troppo presa a lavorare per mantenerlo, non mi ero accorta di nulla, non mi rendevo conto che si sentiva abbandonato, solo e dimenticato come un giocattolo che non serve più. Il tempo passò per me velocemente, per lui forse no, fino al giorno in cui smettemmo di parlare, di comunicare, quasi di vederci pur abitando nella stessa casa. Che madre orribile sono stata. Adesso posso dirlo ad alta voce anche se non serve più a nulla. Vorrei poter tornare indietro e rimediare, ma non si può. Ora posso solo rimproverarmi per ciò che non sono stata. Accadde tutto con lo squillo del telefono.

Stavo per recarmi al lavoro quando risposi. Dall’altro capo dell’apparecchio mi dissero che mio figlio stava male e si trovava in ospedale. Solo in quel momento realizzai che Giorgio non aveva dormito a casa e non me ne ero accorta. Oramai era grande, aveva ventidue anni e spesso dormiva fuori, comunque sia avrei dovuto saperlo. Corsi in ospedale e solo in quel momento venni a sapere una drammatica verità. Giorgio era in overdose da cocaina. Continuavo a ripetere ai medici che si stavano sbagliando di grosso, che non era di mio figlio che stavano parlando, perché lui non era un drogato. “Vi denuncio tutti” iniziai ad urlare come una matta “Come vi permettete di insinuare una cosa simile” proseguii mentre due poliziotti mi bloccarono le braccia portandomi in una stanza alla fine di un lungo corridoio. Laggiù trovai un medico che mi fece accomodare e con calma mi disse: “Signora, mi dispiace molto che debba sapere le cose in questo modo, ma suo figlio sta rischiando un arresto cardiaco o un ictus”. Li guardavo uno ad uno con fare sbalordito perché sapevo, anzi ero convinta che stessero prendendo un abbaglio. Il mio Giorgio era un bravo ragazzo. In quel momento uno dei poliziotti, il più anziano, disse: “Sono padre e le posso assicurare che siamo sempre gli ultimi a sapere le cose”. “Voglio vedere mio figlio!” esclamai con gli occhi lucidi e piena di rancore. “In questo momento è incosciente” rispose il dottore “Ma di certo, non sarò io ad impedirglielo”. Fu così che mi portarono da lui, il mio bambino, perché di colpo lo rividi piccolo, indifeso, attaccato a quella flebo con gli occhi chiusi e bianco come un cadavere. Mi tremavano le gambe e mi sentii mancare. Dalle analisi fatte ci fu la conferma: mio figlio era un consumatore abituale di cocaina. Turbata cominciai a piangere perché mi resi conto di quale pessima madre ero. Il medico mi si avvicinò e appoggiandomi una mano sulla spalla esclamò: “Adesso, possiamo solo aspettare e sperare”. Mi accasciai come un sacco vuoto sulla sedia accanto al letto e lì, vi rimasi per ore senza dire una parola, mentre la mia mano accarezzava il viso del mio piccolo.

Un’angoscia terribile d’impossessò di me, il terrore era la paura di perdere l’essenza della mia vita. Giorgio era la mia stessa persona, ma non ero stata in grado di dimostrarglielo, tanto meno di dirglielo. Solo in quel drammatico momento, mi resi conto di quale pessima madre ero stata. Mio figlio era cresciuto da solo e nella totale solitudine, si era perso. Se si trovava in quel letto d’ospedale, in quelle condizioni, era per colpa mia e pur non essendo molto credente, cominciai a sussurrare una sorta di preghiera. “Prendi me e lascia stare mio figlio. Se qualcuno deve andare via sono io, perché ho sbagliato nei suoi confronti, l’ho abbandonato quando aveva più bisogno. È cresciuto come un orfano e smarrito, confuso si è perso nel gioco della vita” con gli occhi gonfi bisbigliavo quelle frasi che mi giungevano da un cuore ferito, sanguinante, dolorante “Ho pensato a me stessa e non mi sono guardata attorno. Non ho visto che accanto a me c’era un bambino bisognoso di affetto, di cure, attenzioni. Piccolo mio, potrai mai perdonare questa donna? Figlio adorato non lasciarmi anche tu che sei la luce, l’aurora, il bagliore delle stelle nella notte, non abbandonarmi e lotta, lotta con tutte le tue forze perché io sono qui con te e ti voglio bene, anche se non te l’ho quasi mai detto”. Le ore passavano lentamente tanto da sembrare anni e mentre la mia mano carezzava quei cappelli dorati madidi di sudore, rividi un bambino che serio in volto se ne stava in disparte, stringendo a sé un pupazzo di peluche più grande di lui.

Era il giorno del funerale di suo padre ed io non mi accorsi del terribile dolore che gli stava logorando l’anima. Non una lacrima uscì dai suoi occhi grandi come l’oceano, ma persi in una dimensione che non riconobbi. Chissà, forse tutto ebbe inizio quel giorno, nel quale nessuno si degnò di abbracciarlo, neppure io. Mentre ripercorrevo le vicende della nostra esistenza, un suono fortissimo mi riportò alla realtà. “Presto signora si sposti!” esclamò concitata un’infermiera prendendo una siringa e chiamando il dottore a gran voce. Il cuore di mio figlio si era fermato. Fui cacciata dalla stanza e lo lasciai lì, in balia del destino. D’istinto mi girai, voltandogli le spalle piegata in due su me stessa dal forte dolore allo stomaco che non mi faceva respirare. “Giorgio no!” mormorai con un filo di voce seduta per terra, con le lacrime che solcavano il viso bagnando le mie mani giunte. Non esiste dolore più grande per una madre che vedere il proprio figlio soffrire e in questo caso assistere alla sua possibile dipartita. È innaturale! Non potevo accettarlo, anche perché mi sentivo responsabile del folle gesto che aveva compiuto. Trascorsero alcuni minuti per me interminabili, che mi spezzarono il cuore frantumandomelo. Ad un certo punto udii la porta alle mie spalle aprirsi e uscì il medico sospirando. Mi vide a terra e mi aiutò ad alzarmi. Comprese il mio sguardo e subito disse: “Stia tranquilla è salvo, però deve riposare”. Lo abbracciai forte e continuando a piangere, lo ringraziai. “Ringrazi qualcuno più in alto di me” fu la sua risposta. Decisi così di recarmi alla piccola cappella dell’ospedale dove trovai un parroco intento a sistemare le candele. “Ne vuole accendere una?” mi domandò offrendomela. “Sì, grazie” risposi. Mi ritrovai a raccontare la mia vita a quel reverendo dicendogli di quale pessima madre fossi.

Pacatamente rispose che se fossi stata davvero in quel modo, non mi sarei trovata lì ad accendere un cero per mio figlio. “La cosa più difficile è sapere amare. Lo diamo per scontato, ma non è così. Dobbiamo ricordarci tutti i giorni di quello che abbiamo e di come possiamo perderlo in un attimo”. Se doveva essere una lezione di vita, l’avevo imparata eccome. Sono trascorsi quasi due anni da quella terribile esperienza. Giorgio è entrato in una comunità e adesso è “pulito”. Sembra rinato e non è più neppure quel ragazzo cupo e ombroso di prima; ha trovato il sorriso e la voglia di vivere, forse perché da allora non l’ho più lasciato solo, ma soprattutto perché sono diventata la madre di cui aveva bisogno e a cui chiedeva disperatamente aiuto.

Quel gesto ha cambiato entrambi, ora siamo legati in un modo incredibile. Alla fine credo che sia stato lui, che ha salvato me… una madre che aveva smarrito la strada di casa.

(fonte www.associazioneverba.org)

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