#FridayHorror: viaggio nell’inconscio alla ricerca delle radici della paura

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di Stefania Unida e Maria Sordino – “Non devo avere paura. La paura uccide la mente. La paura è la piccola morte che porta con sé l’annullamento totale. Guarderò in faccia la mia paura.

Permetterò che mi calpesti e che mi attraversi. E quando sarà passata, aprirò il mio occhio interiore e ne scruterò il percorso.

Là dove andrà la paura non ci sarà più nulla. Soltanto io ci sarò.” (Frank Herbert, “Dune”, Sperling e Kupfer, Milano, 1965, pag. 216)

La paura è uno stato d’animo, un’emozione e, come la maggior parte delle nostre emozioni, dipende spesso dai pensieri che formuliamo.

Se ci si trova di fronte a un pericolo reale, è normale provare paura. La paura è innata nell’uomo ed è funzionale alla sua stessa sopravvivenza. È un’esperienza negativa, al pari della rabbia e della tristezza, che genera sensazioni spiacevoli di fronte a una situazione pericolosa e, allo stesso tempo, permette di riconoscere i propri limiti e capire come migliorarsi.paura-2

E se invece il pericolo non è reale, ma è perfettamente descritto dall’abile penna di uno scrittore, che agisce come un’allucinazione, irrompendo con elementi destabilizzanti nella nostra percezione della realtà?

Lo chiediamo a Stefania Unida, appassionata di psicologia e ideatrice della rubrica Friday Horror, uno spazio dedicato a racconti noir e indagini su assassini seriali.

“La diagnosi di Sclerosi Multipla porta con sé tutta una vasta gamma di emozioni, tra cui il dolore, l’ansia, il senso di colpa, l’irritazione, la rabbia ed in particolare la paura.”

La rubrica Friday Horror, costola del sito www.flipout4ms.com, dedicato agli aggiornamenti sulla Sclerosi Multipla (SM), è nata come uno spazio alternativo riservato a storie da “brivido”.

La passione per il brivido accomuna tutti gli esseri umani sin dall’antichità, basti pensare all’inferno dantesco, alla letteratura gotica dell’era Vittoriana, per passare ai moderni film horror.

Ad esempio, di Jolie Marie Trahar, ragazza inglese laureata in Psicologia e attuale co-autrice della rubrica, fu l’idea di dedicare, nella rubrica, una serie di articoli alle curiosità di questo interessante periodo storico e culturale e ai suoi bizzarri protagonisti.

La caratterizzazione psicologica del concetto di paura sta alla base dei metodi di analisi contenutistica adottati per interpretare il fenomeno del “racconto del terrore” che è il “gothic romance” sviluppatosi in Inghilterra. Il grande successo editoriale del gothic romance, durato più di mezzo secolo, era dovuto a quell’elemento essenziale del romanzo stesso: la paura.

La paura divenne necessaria per costruire una tensione alternativa al rapido processo di trasformazione del mondo in atto nel XVIII secolo.

“Per rendere un oggetto molto terribile – scrive E. BURKE – sembra in generale necessaria l’oscurità, un elemento importantissimo per suscitare la paura nel lettore. Quando conosciamo l’intera estensione del pericolo, quando possiamo ad essa abituare il nostro sguardo, gran parte del timore svanisce.”

Questa interpretazione del concetto di paura, ben si incarna, per esempio, nella moderna Coulrofobia, definita come una paura persistente, anormale e spesso ingiustificata dei pagliacci e dei clown.

Perché alcuni adulti hanno così tanta paura di chi avrebbe il solo scopo di divertire anche il più piccolo dei bambini?

E’ molto comune tra i bambini, ma in certi casi persiste in adolescenti e adulti. Coloro che patiscono questa fobia riconoscono che ciò che più li spaventa è il travestimento: il trucco eccessivo, il naso di colore rosso intenso e gli strani capelli disordinati.

Quale figura sconosciuta si nasconde dietro quel pesante make-up? Spesso tale fobia si acquisisce dopo aver avuto una cattiva esperienza con pagliacci durante l’infanzia, oppure per aver visto il ritratto di un pagliaccio sinistro (pensiamo al famoso IT di Stephen King o a Joker di Batman).

Ma dove si trova dunque il confine tra il divertimento e la paura?

La maggior parte degli psichiatri ritiene che le fobie dei clown provengano dall’idea che il costume da pagliaccio ci impedisce di vedere la persona reale che si cela dietro il travestimento. Le persone in costume generalmente si comportano in modo diverso o in modo imprevedibile e contorto.

Colui che interpreta il clown dipinge sul viso un’immagine felice, ma si tratta di un riflesso irreale, esagerato e distorto, che può destabilizzare l’osservatore, rendendolo irrequieto e mettendolo a forte disagio. Questo argomento è sostenuto dal concetto del “The Uncanny” di Sigmund Freud (Il perturbante).

Freud afferma che le menti umane agiscono in modo tale da produrre un sentimento di disagio qupauraando si osserva un’immagine familiare che è stata distorta. Ad esempio, la vista di un uomo che indossa una maschera di maiale è inquietante, anche se entrambi, un essere umano e un maiale, non sono preoccupanti per conto proprio.

E’ pertanto questa distorsione dell’uomo che interpreta il maiale che ci fa sentire a disagio, per via dell’aspetto esagerato e non umano del travestimento. Sotto la maschera, infatti, può celarsi un’anima molto più oscura e dall’intento ben diverso.

Le origini della figura del clown sono misteriose. Una delle più accreditate tesi sulla sua nascita, fa risalire l’apparizione di personaggi “clowneschi” durante le Dionisie, le grandi feste antiche in onore del dio greco Dioniso (Bacco). Nei secoli bui del Medioevo, la sagacia del buffone di corte, avvezzo ad osservare criticamente gli avvenimenti, servì ai giullari di professione un posto di riguardo agli occhi dei signorotti e dei cortigiani.

Il buffone medievale, ridicolizzandosi e agendo in modi che non erano appropriati all’interno delle classiche norme sociali, ricordava alle persone della loro umanità e di come esse potessero essere meschine. In questo senso, i pagliacci moderni sono associati al pericolo e alla paura, proprio perché spingono i nostri limiti della logica e la nostra sanità mentale a un punto di rottura. Ridicolizzare ci fa sorridere, ma ci fa anche sentire impotenti.

La funzione negativa, destabilizzante del racconto dell’orrore, reale o meno, seguita dal messaggio di messa in guardia nell’emergenza del pericolo costituiscono la struttura portante di un modello narrativo incentrato sullo spessore psicologico della trama.

Oggi più che mai, in un mondo in continua evoluzione, il racconto noir e le storie da brivido sono tornate in voga, anche nella letteratura per ragazzi.

Pensiamo alle moderne “creepypasta”, racconti brevi che hanno lo scopo di terrorizzare e destabilizzare il lettore. Nate proprio nel web, e in un canale in particolare, 4Chan, hanno permesso ai fantasmi, alle creature mostruose, ai castelli, ai viaggi nell’ignoto, di tornare di moda.

Girare a vuoto, tornare sui propri passi e accorgersi di trovarsi in un incubo, perdere la propria cognizione di sé, la propria identità di persona in un labirinto tortuoso che simboleggia il senso di frustrazione di chi è incapace di ritrovare la via…

Dall’inquietudine al mistero di ciò che ancora l’uomo non può comprendere, l’attrazione per il brivido persisterà offrendoci possibilità alternative e mondi oscuri paralleli, pur sempre restando “in una posizione di sicurezza”, nel nostro confortevole mondo, perché chiuso il libro o concluso il film, si torna alla realtà.