Daniel Barenboim: un recital al Teatro san Carlo

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Due grandi serate al San Carlo (19 e 20 novembre) che ha ospitato uno dei più grandi musicisti di fama mondiale, eccellente pianista e raffinato direttore d’orchestra, che ha intrepretato brani di Schubert, Chopin e Listz.

di Carlo Farina – Probabilmente il più bel regalo che Daniel Barenboim ha ricevuto per i suoi 74 anni (compiuti proprio il 19 novembre scorso), sono state, senza dubbio, le due indimenticabili serate al Teatro San Carlo dove, per la prima volta, si è esibito in un memorabile recital pianistico. Artista di fama internazionale ma anche intellettuale raffinato, nato in Argentina da genitori ebrei russi emigrati, ha iniziato lo studio del pianoforte all’età di cinque anni, debuttando nella sua città natale a soli sette anni. Furtwangler, a undici anni, lo definì un fenomeno. kim_1_450Oggi, all’età di settantaquattro anni, quel fenomeno è diventato, con una carriera densa di successi senza fine, uno dei più grandi e apprezzati musicisti di  talento, riconosciuto anche per la sua eccellente padronanza della bacchetta. Ha diretto, infatti, sempre a memoria, e in sole due settimane e per due volte la Tetralogia di Wagner. Nelle due serate sancarliane la scelta dei brani che ha deciso di interpretare, hanno confermato la sua particolare predilezione per il pianoforte romantico, fulcro centrale dello sviluppo storico e tecnico di tale strumento. E chi meglio di Schubert, Chopin e Listz, potevano incarnare questo filone? Il programma, che ha percorso mezzo secolo di letteratura pianistica romantica, è stato aperto dalla Sonata in la minore D 537, che un giovane Schubert, non ancora maturo ed esperto, finì di comporre nel 1818, strutturandola in soli tre movimenti. La Sonata in la maggiore D 959 (op. post.), eseguita subito dopo, fu composta nel 1828, ed è la seconda di una triade di ultime sonate scritte da Schubert. La citazione dell’anno è molto importante, perché alcuni dei capolavori più belli di Schubert, sono nati proprio nel suo ultimo anno di vita, quando, libero dall’ingombrante presenza di un genio come Beethoven, morto l’anno prima che, tra l’altro, ammirava con venerazione, riuscì a comporre dei veri e propri capolavori.  E questa splendida sonata, la cui esecuzione è stata senza dubbio la più bella e intensa di Barenboim, testimonia tale stato di grazia di Schubert, probabilmente il suo compositore preferito. Peccato solo per il lungo e inopportuno appaluso alla fine del terzo movimento (Scherzo. Allegro vivace-Trio. Un poco più lento) che ha, di fatto, rotto un’atmosfera così ben costruita dall’interpretazione di Barenboim. La celeberrima Ballata in sol minore op. 23  di Chopin, ha aperto la seconda parte della serata; la prima di quattro grandi Ballate, dotata di una suggestione poetico-narrativa che già dalle prime battute, simili ad una scrittura violoncellistica, evocano l’intensità fascinosa e lirica del brano; il pezzo (…) riflette ciò che noi possiamo vedere in una passeggiata immaginaria. Questo il commento di Barenboim. Con i due successivi e ultimi brani della serata, siamo entrati in un universo completamente diverso, dal “poeta” del pianoforte siamo passati al “virtuoso” dello stesso: Franz Listz. Numerosi e leggendari gli aneddoti legati al suo eccezionale virtuosismo, che tutti conoscono bene, tuttavia Barenboim ha voluto iniziare con uno dei pezzi più intimi e drammatici di Listz, la Funerailles, il 7° e forse più famoso brano delle Harmonies poétiques et religieuses, sottotitolato “Ottobre 1849”. Un brano scritto per ricordare i tre amici di Listz, caduti durante la fallita rivolta ungherese contro gli Asburgo, anche se spesso è accostato a una sorta di elogio funebre per il suo amico Chopin, morto proprio in quell’anno. Ricco di allusioni demoniache sinistre, il Mephisto Waltz n. 1, ha chiuso ufficialmente le due serate sancarliane. Il brano inizialmente composto per orchestra, fu arrangiato successivamente per pianoforte, e rappresenta uno dei brani più famosi ed inquietanti del compositore ungherese, che Barenboim ha affrontato con quel rigore e quell’esperienza che lo contraddistingue da sempre, trascinando tutto il teatro, stracolmo di gente, in un forte e prolungato applauso. La naturale richiesta del bis è stata subito soddisfatta con la celebre Berceuse in re bemolle maggiore op. 57 di Chopin, un pezzo dotato di un’assoluta immobilità armonica che, dopo l’energico Mephisto Walz, ha reso ancora più marcata la sua trasparente e ipnotica dolcezza. Il Maestro si è poi congedato dal pubblico del San Carlo, ormai in completo delirio, eseguendo la parafrasi dal Rigoletto di Verdi, tratto dal celebre quartetto dell’atto terzo Bella figlia dell’amore, un pezzo di grande effetto e di sicuro coinvolgimento emotivo, che ha suggellato perentoriamente la forza dell’artista, dell’uomo e del musicista che vogliamo rivedere di nuovo al San Carlo, al più presto.