Morto dopo trapianto. Cotrufo: “Io non avrei utilizzato questo cuore”

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Riceve il cuore di un cardiopatico, 60enne muore a meno di 48 ore dall’intervento. Maurizio Cotrufo: “Io questo cuore non lo avrei utilizzato”.

Alberto Zangrillo, primario della Terapia intensiva del San Raffaele e medico personale di Silvio Berlusconi, dirige il reparto dove è stato ricoverato l’uomo che ha donato il cuore a un sessantenne operato al San Camillo di Roma, poi deceduto dopo due giorni: l’ipotesi è che l’organo trapiantato non fosse sano. Dopo la denuncia dei familiari, la procura di Roma ha aperto un fascicolo, ora trasmesso ai colleghi di Milano. Secondo la consulenza medico-legale, il trapianto di cuore sarebbe eseguito correttamente, ma l’organo trapiantato non sarebbe stato “idoneo”. Tra le altre, al vaglio degli inquirenti, ci sono il rigetto iperacuto (frequente nei trapiantati) lo choc anafilattico, da una possibile infezione da endotossina batterica, la sindrome legata ai farmaci per l’anestesia. Ovvero un caso d’ipertensione polmonare in un paziente gravemente cardiopatico e già compromesso. Secondo quanto riferiscono il direttore del centro nazionale trapianti Alessandro Nanni Costa e il direttore della cardiochirurgia del San Camillo, Francesco Musumeci. «Il cuore trapiantato nell’uomo dalla preventiva ecocardiografia effettuata al San Raffaele e coronarografia praticata a Roma, era risultato normale. Ossia nelle condizioni di essere trapiantato». Di parere opposto i periti di parte che parlano invece di organo già malato e che non avrebbe dovuto essere trapiantato. In attesa degli approfondimenti medico-legali si può ragionare solo per ipotesi. Maurizio Cotrufo, professore di cardiochirurgia, è stato il direttore del dipartimento di chirurgia cardiovascolare e trapianti del Policlinico di Napoli fino a quando, a 72 anni, ha lasciato l’incarico, per sopraggiunti limiti di età. Nel corso della sua carriera ha effettuato 800 trapianti di cuore e 30mila interventi a cuore aperto. «La legge oggi vigente prevede che il cuore possa essere prelevato solo in stato di morte cerebrale e con struttura anatomica del cervello sovvertita da traumi e infarti cerebrali – spiega Maurizio Cotrufo (come riportato nell’intervista al Mattino)  – purché il cuore sia battente e sano dalle verifiche agli esami diagnostici fino alla coronarografia. In questo frangente – continua Cotrufo – se tali esami erano negativi, navighiamo in un mare di incertezze. A quanto pare il cuore è stato prelevato dopo un lungo periodo di sofferenza se il donatore addirittura ha perso la vita a causa dell’arresto cardiacoIo comunque questo cuore non lo avrei utilizzato. Certo – conclude il cardiochirurgo napoletano – il signore in piscina potrebbe essere morto anche per altre cause cerebrali. Sono tante le incognite da verificare. Ma un cuore non perfetto non si può trapiantare. Oggi c’è una nuova linea di ricerca che sperimenta prelievi di organi dopo la morte. Se l’espianto è stato fatto su questa linea è ancora troppo presto per capire se la tecnica è affidabile». Insomma nessuna certezza e molteplici incognite per un’indagine che si profila oltremodo complessa anche a fronte del lungo tempo intercorso dagli eventi. Secondo il ministro della Salute Beatrice Lorenzin, la notizia, se confermata, è «gravissima e inaccettabile» anche perché riguarda «un sistema come quello italiano sui trapianti, che ha una procedura tra le migliori al mondo». L’équipe chirurgica è quella che va a prendere l’organo e ne verifica il funzionamento. Ma la sicurezza non può essere assoluta.

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