Il Buco: Film sintomo di una possibile Rivoluzione o di un incubo sociale?

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Il Buco: Film sintomo di una possibile Rivoluzione o di un incubo sociale?

La permanenza dello spettatore all’interno de Il Buco è filtrata attraverso gli occhi di Goreng, il nostro Donchisciottiano protagonista. «Ci sono tre tipi di persone. Quelli in alto. Quelli in basso. Quelli che cadono».

di Federica MigliaccioEl Hoyo, lungometraggio d’esordio di Galder Gaztelu-Urrutia, presentato al Toronto International Film Festival nel 2019, dal 20 marzo è disponile sulla piattaforma streaming Netflix ed è diventato in pochissimo tempo uno dei film più apprezzati del catalogo.

Un angusto grattacielo di 333 piani è il luogo in cui si risveglia Goreng (Ivan Massagué). Ogni piano è costituito da un’unica stanza piccola abitata da sole due persone. Al centro di ogni stanza vi è un grosso buco, chiamato “la fossa”, attraverso il quale una piattaforma trasporta, da un piano all’altro, un’unica volta al giorno, per un breve periodo di tempo, cibi e bevande.

Il capitalismo, sistema economico-sociale contro il quale si rivolge il regista, non ha favoriti e ognuno può riuscire o fallire indipendentemente da dove si trova sulla scala economica. La pellicola basa tutta la sua storyline sul meccanismo della sopravvivenza in base alla ridistribuzione sociale della ricchezza: al vertice le classi più agiate mangiano a sbafo, mentre alla base le classi meno abbienti vivono di stenti. Sicuramente non è un tema originale, basti pensare a film come Snowpiercer o il contemporaneo Parasite (Bong Joon-ho, 2019), ma la novità di El Hoyo sta nella mise en scène: la verticalità data dalla struttura di questa “prigione sociale” rende la ripartizione dei beni più “democratica” rispetto a quanto avviene nei film citati. Aiuta nel messaggio anche la scelta di non confinare i prigionieri in un unico piano, ma nel fare una rotazione mensile del tutto casuale: non abbiamo una élite fissa, ma classi sociali mobili che lottano per il cibo (metafore del potere).

Il Buco: Film sintomo di una possibile Rivoluzione o di un incubo sociale?

Ma cosa vuole dirci questo brutale esperimento di condizionamento sociale? A mancare è la solidarietà spontanea, come suggerisce Imoguiri (Antonia San Juan) al nostro protagonista. La donna, una dipendete dell’Amministrazione della fossa, entrata volontaria nel “gioco”, tenta di creare una coscienza sociale tra gli abitanti della struttura, ma si renderà presto conto della fallacità delle sue intenzioni: servirebbe una rivoluzione, ma questa non è possibile in un luogo dove regna l’assoluta anarchia e dove l’unica forma di civiltà può essere ottenuta solo attraverso minacce. Il microcosmo della prigione non è altro che lo specchio del nostro mondo: siamo troppi, le risorse non bastano, l’egoismo regna sovrano e il problema etico non può essere debellato. La situazione è quella classica del “cane mangia cane” soprattutto in una condizione di imprevedibilità totale dove ci si sente legittimati, e forse incoraggiati, dalla società stessa a privare della vita in modo violento un altro essere umano pur di sopravvivere. L’effetto di solidarietà spontanea che sembra potersi instaurare tra i personaggi, almeno quando si trovano ai piani più alti della struttura, viene subito sostituito dal più becero e assoluto individualismo nell’esatto momento in cui il passaggio di livello fa temere loro la mancanza della pagnotta giornaliera.

La permanenza dello spettatore all’interno de Il Buco è filtrata attraverso gli occhi di Goreng, il nostro Donchisciottiano protagonista, che tramite l’interazione con diversi ospiti della struttura e alternando stati di allucinazione a stati di coscienza, metterà in atto un utopico piano per la salvezza del “mondo”.

Il problema però è che tutti questi interessanti spunti non vengono approfonditi. Lo stesso viaggio di Goreng, la sua crescita personale, attraverso lo scontro e il confronto con gli altri personaggi più o meno centrali nella “fotografia del piano” dove l’azione si svolge, non porta a un’ elevazione morale, quindi, mentre da un lato ogni incontro serve a dare allo spettatore spiegazioni assolutamente superflue, dall’altro lato, considerando gli innumerevoli buchi di trama, lo stesso spettatore si trova a dover unire i fili di una sceneggiatura che lascia tanti punti di domanda in sospeso: chi gestisce la struttura? Qual è lo scopo dell’esperimento? Non lo sapremo mai.

Altro aspetto interessante da sottolineare è come viene trattato il “diverso”.

Nella sua dantesca discesa negli inferi, Goreng, al fine di attuare il suo piano di salvezza, chiederà aiuto a Baharat (Emilio Buale), un euforico uomo nero, incontrato al sesto livello e del quale decide di servirsi data la sua possanza fisica. Il trattamento di questo personaggio non è molto felice già a partire dalla denominazione di “Baharat”, ovvero il nome di una spezia araba che viene utilizzata come condimento per meglio “accompagnare” il piatto principale, quasi a voler già anticipare il ruolo di questo personaggio, ma forse il problema più grande è come viene rappresentato il suo corpo: la macchina da presa gli sta addosso, soprattutto nelle scene d’azione del film, dove in primo piano vengono messi i suoi muscoli e la violenza con la quale si pone agli altri abitanti dei piani. A fare da cornice a tutto è la religiosità quasi tribale di questo personaggio, senza una propria reale coscienza, che quindi viene facilmente manovrato nel corpo e nella mente dagli altri personaggi che incontra e venendo declassato da “accompagnatore” a “schiavo dell’uomo bianco”.

Ma torniamo al film e alle domande che pone allo spettatore. Lo scopo di Gaztelu-Urrutia è voler scuotere l’osservatore con questo thriller-horror terrificante metafora visiva e narrativa sulla stratificazione sociale ponendoci la domanda “come si può distruggere il sistema?”, ma a questo interrogativo non è data una vera risposta visto che l’unica soluzione trovata viene attuata tramite la violenza. A questo punto possiamo solo chiederci se il fine giustifica i mezzi, ma allora il messaggio finale da far arrivare “ai piani alti” per il quale i nostri Don Chisciotte e Sancho Panza combattono pagando con la loro stessa vita che senso ha? È possibile un reale cambiamento di prospettiva? Probabilmente no. L’amara consapevolezza che lo spettatore raggiunge, va letteralmente in contrasto con l’ascesa della bambina (messaggio di pace) ai piani alti, ma forse il regista vuole farci intendere che è il lavoro che viene fatto che conta e sta quindi alle generazioni future raccoglierne i frutti per avere un futuro migliore?

Troppi interrogativi per un film che prendendo spunto da altre pellicole del genere come il già citato Snowpiercer (Bong Joon-ho, 2013) o The Cube (Vincenzo Natali, 1997), o ancora il tedesco The Experiment (Oliver Hirschbiegel, 2001) mette troppa carne al fuoco smarrendo il suo senso originario.