Critica&Teatro

Carosone l’Americano di Napoli tra sogno e note

Andrea Sannino nei panni di Carosone sul palcoscenico del Teatro Augusteo tra canzoni entrate nel mito, gag e balletti, ha ben esaltato l’internazionalità di una Napoli canora in evoluzione.

Unendo prodigiosamente insieme i ritmi della tarantella con le melodie africane e americane, fu Renato Carosone, nel secondo dopoguerra, a creare un genere musicale con il dono dell’eterna giovinezza. Una canzone che, sull’onda del sogno americano e sulla scia della tradizione, fu finalmente capace di rinnovarsi fino a diventare spensieratamente ironica e moderna.

Ed è proprio partendo da quello stesso pianista, cantante e compositore che negli anni Cinquanta rivoluzionò la musica napoletana e italiana, che è nato il musical visto al Teatro Augusteo “Carosone l’Americano di Napoli”.

Una commedia musicale con il piglio del romanzo storico basata sul testo e sulle ricerche del critico musicale e giornalista Federico Vacalebre, ancora una volta capace di portare in scena le gesta di colui che con un mix di stili, generi, divertimento e citazioni, riuscì, pur facendo l’“americano”, a rimanere fondamentalmente napoletano.

Ed ecco che, diviso tra la storicità del personaggio e l’onirico, così come tra il documentaristico e la fiaba, lo spettacolo visto in un teatro Augusteo finalmente illuminato a festa, ha saputo regalare al pubblico le emozioni di un’epoca musicale ancora dorata insieme ai tratti di un uomo capace di tingere la musica di leggenda.

il regista Luigi Russo con i calciatori del Napoli

E lo ha fatto con un cantante e attore come Andrea Sannino nei panni di Carosone e con un allestimento dalla vocazione del grande musical in grado di ricreare sul palcoscenico i riverberi di un mondo animato da grandi personaggi e radicali cambiamenti. Con la regia di Luigi Russo, intento ad assecondare la traccia di un testo saturo di storiografia musicale, lo spettacolo, tra canzoni entrate nel mito, gag e balletti, ha ben esaltato l’internazionalità di una Napoli canora in evoluzione.

Il tutto, elaborando degli approfonditi appunti sociali insieme alle testimonianze di un’epoca non ancora invasa dal web ma non per questo meno ricca di stimoli di rinnovamento e moderno lirismo. Prodotto dal Teatro Augusteo insieme al Trianon Viviani, “Carosone l’Americano di Napoli”, come in una sorta di rispettosa esposizione ha più d’una volta portato alla mente il pensiero di Giuseppe Verdi, “Torniamo all’antico e sarà un progresso”. Così, in equilibrio tra i sentimenti di una Napoli ora progressista e scanzonata, ora profondamente innamorata della filologia, il musical carosoniano si è pure trasformato in una passerella senza tempo.

In una parata appassionata dove a sfilare a turno attraverso il racconto del personaggio di “Fefè” (l’alter ego dell’autore Vacalebre impersonato da Geremia Longobardo) sono stati, tra gli altri, l’inseparabile autore Nisa, al secolo Nicola Salerno, il paroliere Enzo Bonagura e gli eroici Peter Van Wood, Gegè Di Giacomo e Fred Buscaglione. Dell’inarrestabile flusso di canzoni come “Torero”, “Tu vuò fa l’americano”, “Caravan Petrol” fino a giungere alla struggente, “T’aspetto ‘e nove” e all’inedito ispirato a Sharon Stone e al film “Basic Instinct” tirato fuori dal suo ultimo produttore Sandrino Aquilani e intitolato “La Signora”, lo spettacolo ha posto il pubblico dinanzi ad un viaggio nella memoria di un’Italia che non c’è più.

Nato per il centenario della nascita di Carosone, con le fresche e mai ridondanti interpretazioni di Andrea Sannino pronto a calarsi con semplicità e naturalezza nel ruolo del grande “Americano di Napoli”, lo spettacolo ha pure goduto di alcune trascinanti performance.

Tra queste, quelle del chitarrista Raffaele Giglio nel ruolo di Van Wood, dell’eclettico percussionista con Cuba nel cuore, Giovanni Imparato nei panni di Gegè Di Giacomo e ancora, degli altri interpreti tra cui Claudia Letizia nelle vesti di Gianna (la compagna del giornalista narratore pronta a trasformarsi in una focosa “Maruzzella”) e Forlenzo Massarone alle prese con il torinese Buscaglione.

Belli gli arrangiamenti di Lorenzo Hengeller che, puntando come lui stesso ha detto “sulla perfezione delle composizioni carosoniane”, hanno trovato felice riscontro negli altri musicisti del “Complesso Carosone”, Vincenzo Anastasio, Gaetano Diodato, Luigi Patierno e Pino Tafuto e nel dj Roberto Funaro.

A completare il tutto, il corpo di ballo delle “maruzzelle” e dei “sarracini”, le coreografie di Ferdinando Arenella, le scenografie di Massimiliano Pinto, i costumi di Antonietta Rendina e l’attento aiuto regista Stefano Ariota.

Davanti a una platea delle grandi occasioni controllata dal direttore di sala Carmine Leoncito, tra cui si sono pure visti i padroni di casa Giuseppe Caccavale e Roberta Starace, lo storico operatore teatrale Enzo Acampora, Lina Sastri, Marisa Laurito, Peppe Iodice, Francesco Cicchella, Anna Capasso, Giacomo Rizzo, Gino Rivieccio, Diego Sanchez, Matteo Mauriello, Claudio Malfi, Enzo Barile, Mino Cucciniello e i campioni del Napoli, Fabian Ruiz, Dries Mertens e Kalidou Koulibaly, lo spettacolo ha proiettato tra il pubblico una fotografia a colori della straordinaria epopea di Carosone.

Per tutti, tra sogno e realtà, fino al prossimo 14 novembre, una portentosa pozione per il corpo e lo spirito e il ricordo di chi, dal successo al ritiro dalle scene e dall’insperato ritorno alla morte, ha fatto della musica e delle canzoni un liberatorio esempio di acuto anticonformismo.

Articolo pubblicato il: 10 Novembre 2021 10:17

Giuseppe Giorgio

Caporedattore, giornalista professionista, cura la pagina degli spettacoli e di enogastronomia