giovedì, Gennaio 27, 2022

“Call me by your name”, l’Italia di Guadagnino va agli Oscar 2018

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Renato Aiello
Giornalista. Ha partecipato negli ultimi anni a giurie di festival cinematografici (come il SocialWorld Film Festival di Vico Equense), concorsi fotografici e mostre collettive. Recensioni film, serie TV, teatro, eventi, attualità.

Era dall’edizione in cui vinse Benigni con “La vita è bella” che un film, girato e diretto da italiani, non veniva candidato nella massima categoria degli Oscar, quella del miglior film dell’anno. Come per “Il postino”, anche qui ad aver incantato gli americani è una storia d’amore e amicizia sotto il sole dell’estate italiana: è in sala “Chiamami col tuo nome”, di Luca Guadagnino.

Call me by your name, Guadagnino agli OscarIn una scena particolarmente toccante dell’ultima fatica cinematografica di Luca Guadagnino, Call me by your name, i due ragazzi protagonisti del film cominciano a chiamarsi ognuno col nome dell’altro. Lo faranno poi spesso durante le loro effusioni e nel finale toccante della storia, e solo chi ha vissuto una grande amicizia o una passione travolgente nella vita può capire la carica e la portata di questo scambio simbiotico.

Anche quando chi ci circonda inizia ad apostrofarci col nome dell’altro, confondendoci nella nostra controparte ideale, nell’anima più complementare che potremmo trovare, significa che Eros, il dio dell’amore, “ha sconvolto e rapito il cuore come un vento che si abbatte sulle querce di montagna”, direbbe la poetessa Saffo.

L’antichità classica e la bellezza in questa storia d’amore e lacrime sono il correlativo oggettivo ideale dei sentimenti, così come la frutta estiva gioca un ruolo non indifferente, con una carica erotica e sensuale che non si può certo esaurire nella scena della pesca (cliccata e diffusa in rete su YouTube e da qualcuno giudicata di cattivo gusto, sebbene funzionale alla diegesi).

L’Italia torna ad essere grande, e ritorna la sua grande bellezza agli Oscar: se non indoviniamo più il film giusto da mandare in cinquina tra gli stranieri, è pur vero che un piccolo film indipendente con attori semisconosciuti, diretti da un regista siciliano, si è fatto strada tra i grandi di Hollywood, arrivando a concorrere per la statuetta con colossi come Dunkirk, Darkest Hour e The Post di Spielberg. Il giovanissimo Timothée Chamalet se la vedrà addirittura con pezzi da novanta come Daniel Day-Lewis, Denzel Washington e Gary Oldman nella rosa dei migliori attori protagonisti. Non vincerà ma il risultato è già notevole per un ragazzo di 22 anni franco-americano che ha imparato anche un po’ di italiano in quel di Crema, dove è ambientato il film.

Siamo negli anni ’80, e ce ne accorgiamo dalla moda, dalle canzoni di quel decennio, dalle auto e dai discorsi politici su Bettino Craxi. Oliver (Armie Hammer, mai così bravo, sottile come una filigrana e tenero come un cucciolo) arriva una mattina d’estate a casa del prof. Perlman (l’ottimo Michael Stuhlbarg, che fa un discorso da premio nel terzo atto del film),  ebreo americano trasferitosi nel Nord Italia per lavoro e studio – si suppone.

Si fermerà per sei settimane e non saprà resistere alle tentazioni della penisola: tuffi nelle acque di sorgente, musica, serate in compagnia, buon cibo e passeggiate tra architetture romaniche e sentieri in val padana. E non resisterà al giovane Elio, (l’intenso Chalamet) figlio del Dott. Perlman, che si lascerà andare come una pesca colta dall’albero nel giardino di casa. Non subito , non cogliendo i segnali, respingendoli forse e trovando l’amico inizialmente antipatico.

Finale da fazzoletti, con una telefonata che se non è tragica come in Brokeback Mountain – la gita a Bergamo sulle Alpi cita quasi il capolavoro di Ang Lee, sulle note della bellissima Mystery Of Love di Sufjan Stevens, in gara per la miglior canzone originale – spezza comunque le parole in gola e ci lascia turbati, come solo le storie più riuscite sanno fare su grande schermo.

Una delle migliori pellicole a tema lgbt degli ultimi anni senza dubbio, insieme al poco conosciuto Weekend uscito in sala da noi nel 2016, e il merito va, più che alla regia comunque sapiente, evocativa e onirica di Guadagnino, soprattutto a James Ivory, che ha adattato il romanzo omonimo. E dall’autore di Maurice era lecito aspettarsi grandi cose.

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