Inserito nella fortunata rassegna di “Racconti per ricominciare”, lo spettacolo “Una stanza tutta per sé” ha riscosso un lusinghiero successo nelle sue quattro recite all’aperto, nel Bosco incantato della Reggia di Portici. Da un’idea di Rosario Liguoro, a cura di Anita Mosca. Produzione artistica Akerusia Danza; produzione Ente Teatro Cronaca.
Cos’è il bosco, se non un teatro naturale? E allora perché non organizzare e mettere in scena una bella rappresentazione teatrale immersa proprio in un bosco, a diretto contatto con la natura? È quello che è successo con la VII edizione della rassegna teatrale “Racconti per ricominciare”: la fortunata e incredibile iniziativa pubblica di spettacolo, che ebbe l’ardire di nascere proprio nel 2020, in piena pandemia, quando tutte le attività pubbliche, sociali e amministrative erano bloccate, comprese quelle artistiche.
Una scommessa vinta dal suo direttore artistico Claudio Di Palma e dalla preziosa consulenza artistica di Giulio Baffi che, dopo ben sette anni, è ancora qui a raccontare il teatro per “ricominciare” ogni volta a sognare e a far sognare attraverso la magia dello stesso, quel pubblico avido di storie raccontate attraverso la metafora del teatro.
Tra gli spettacoli proposti nella odierna rassegna teatrale, che si è svolta tra il 22 maggio e il 7 giugno, ho seguito con particolare attenzione quello andato in scena nel Bosco della Reggia di Portici, dal 29 maggio al 2 giugno: “Una stanza tutta per sé” liberamente tratto dal saggio che Virginia Woolf, la celebre romanziera inglese del XX secolo, scrisse in occasione di due conferenze tenute a Cambridge, nell’ottobre del 1928. Nel titolo, molto significativo, è racchiuso tutto l’estro visionario della Woolf nei confronti della donna, di questo “strano mostro” di questo “verme dalle ali d’aquila”.
E così, nel titolo, è racchiusa la condizione misera della donna che, in fondo, per scrivere ha bisogno “solo” di cinquecento sterline annue di rendita e di “Una stanza tutta per sé”. Una metafora carica di lucida ironia, che ha la forza di guardare oltre lo sguardo critico e reale della donna soffocata nella sua legittima voglia di emancipazione: “Noi siamo urne sigillate – commenta la Woolf – galleggianti su quella che per convenienza chiameremo la realtà: e in certi momenti si apre una fenditura nel sigillo e la realtà ci invade”.

Quale migliore occasione si poteva presentare ad Anita Mosca, attrice, regista, drammaturga e docente, se non quella di curare, interpretare e far rivivere attraverso questo spettacolo, un soggetto a lei più che congeniale, pervaso da una forza emotiva ed evocativa, al servizio di una grande attrice che, non dimentichiamolo, si è formata nella prestigiosa compagnia teatrale di Enzo Moscato, uno dei più grandi drammaturghi del dopo-Eduardo. La sua lunga esperienza teatrale unita ad un talento naturale, le ha permesso sempre di affrontare ruoli complessi e affascinanti allo stesso tempo, come in questo suo ultimo (in ordine cronologico) spettacolo, nel quale dà voce ad una Virginia Woolf in modo pacato, quasi distaccato, ma sempre con quella grande forza emotiva che ha contraddistinto questa grande scrittrice inglese.
Ne esce un ritratto vivo della forte fragilità e sensibilità della Woolf che, ricordiamolo, si lascerà annegare, infilandosi una grossa pietra nella tasca, in una gelida mattina del 28 marzo 1941, nel fiume Ouse, dove troverà la morte. Con il coordinamento artistico e coreografico di Elena D’Aguanno, Anita Mosca si è avvalsa solo di due semplici figure per questo emozionante spettacolo: le struggenti ed efficaci coreografie di Lia Gusein-Zadè e il commento musicale di Julia Primicile Carafa, le cui note sono prodotte da un malinconico e laconico clarinetto, il cui timbro musicale sembra arrivare direttamente dalla natura circostante, dove è ambientato appunto lo spettacolo.
Quattro recite in tutto, quattro repliche di grande impatto emotivo, per un pubblico sempre diverso ma accomunato da una particolare attenzione verso un tipo di spettacolo che sorprende, che emoziona e che fa soprattutto riflettere sulla condizione femminile in relazione con con quella che è la creazione e il talento artistico di quelle donne dotate, sensibili e profondamente motivate, ma soffocate ed emarginate da una società dura, prevaricatrice e maschilista.
In poco meno di un’ora Anita Mosca ci ha offerto un piccolo saggio di bravura che sarà stato sufficiente nel porci alcune domande sulla condizione femminile di allora e di oggi? Sulla capacità di dare spazio, per esempio, alle nostre più intime paure verso una società “distratta” da problemi ridicoli e di scarsa importanza? Se la risposta è affermativa, e mi piace pensarlo, allora avremmo vinto tutti: Anita Mosca come attrice, il pubblico come testimone del traguardo raggiunto e il Teatro come forma d’arte al servizio della coscienza umana: quella autentica, quella che sta dalla parte giusta.
