Polemica Poletti, scuse su Twitter. L’opinione di Nico Pirozzi

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Ha già chiesto scusa in un post su Twitter e ha corretto il tiro il Ministro del Lavoro Giuliano Poletti che ieri, a colloquio con i giornalisti a Fano, si è lasciato sfuggire le seguenti dichiarazioni: “Se 100mila giovani se ne sono andati dall’Italia, non è che qui sono rimasti 60 milioni di pistola.

Bisogna correggere un’opinione secondo cui quelli che se ne vanno sono sempre i migliori. Permettetemi di contestare questa tesi. Conosco gente che è andata via e che è bene che stia dove è andata, perché sicuramente questo Paese non soffrirà a non averli più fra i piedi“.

L’opinione di Nico Pirozzi

nico-pirozziHa ragione. Sono andati via. In questo modo, semplice e sbigativo, il ministro del Lavoro Poletti non avrà più tra i piedi i centomila giovani che hanno lasciato l’Italia in cerca di una opportunità di lavoro che il loro Paese non è riuscito a garantirgli.

Peccato però che i miei tre figli – gli unici che ho – mi manchino dannatamente. Sì perché anche loro fanno parte di quella schiera di giovani che non si sono voluti piegare alle logiche di un Paese che, due volte su tre, ha privilegiato sempre i peggiori. Peggiori per capacità e onestà intellettuale e materiale.

E questo il perito agrario Giuliano Poletti, che gli ultimi quarant’anni della sua vita li ha trascorsi saltellando da un incarico politico all’altro, dovrebbe ben saperlo.

Delle sue scuse – false, tardive e inopportune – né io, né i miei figli sappiamo cosa farcene. Poletti ha semplicemente detto ciò che pensa e ciò che lui – e perlomeno tre generazioni di politici, prima di lui – hanno fatto per rendere privo di significati l’articolo 4 della Costituzione Italiana.

Quello – casomai l’avesse dimenticato – che “riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro”, e alle istituzioni (di cui Poletti è da quasi tre anni uno dei massimi esponenti) di “promuovere le condizioni che rendano effettivo questo diritto”.

Prima di aprire bocca, il signor Poletti, farebbe bene a contare fino a dieci. O, meglio ancora, a non proferire parola.